Citazioni con argomento "Divino"

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Dalle infinite altezze mi è toccata
questa vita. Attraverso fitte nebbie,
fiumi anteriori della mia erma esistenza,
con insoliti riti di ombra e luce

occasionale, e vaghi gridi di lontano,
indizi passeggeri di rimpianto
sconosciuto, bagliori di divino,
ho acquistato quest'essere fosco e proscritto...

Cadde pioggia su passati che io fui.
Ci furono pianure di cieli bassi e neve
su grumi di anima che mi appartengono.

Mi raccontai nell'ombra senza trovarmi un senso.
Oggi mi so il deserto in cui Dio ebbe
un tempo la sua capitale di oblio...

Fernando Pessoa, Stazioni della Via Crucis

Visse, io non so quando, forse mai -
ma il fatto è che visse - un re ignoto
il cui regno era lo strano Regno degli Interstizi.
Era signore di ciò che sta fra cosa e cosa,
degli intraesseri, di quella nostra parte
che sta tra veglia e sonno,
tra silenzio e parola, tra noi
e la nostra coscienza di noi; e così uno strano
muto regno ha tenuto quel re misterioso
segregato dalla nostra idea di tempo e di luogo.

Quei supremi disegni che mai giungono
ad attuazione - fra essi stessi e l'inazione -
non coronato, governa. Egli è il mistero che
sta fra gli occhi e la vista, né cieco né vedente.
Non ha mai avuto fine né principio,
vuoto scaffale sopra la sua presenza vana.
È soltanto una crepa nel suo essere,
la cassa scoperchiata che tiene il non-tesoro del non-essere.

Tutti pensano che sia Dio, tranne lui.

Fernando Pessoa, Il re degli interstizi

Ringraziare voglio il divino
labirinto delle cause e degli effetti
per la diversità delle creature
che compongono questo universo singolare,
per la ragione, che non cesserà di sognare
un qualche disegno del labirinto,
per il viso di Elena e la perseveranza di Ulisse,
per l’amore, che ci fa vedere gli altri
come li vede la divinità,
per il saldo diamante e l’acqua sciolta
per l’algebra, palazzo di precisi cristalli,
per le mistiche monete di Angelus Silesius,
per Schopenhauer,
che forse decifrò l’universo,
per lo splendore del fuoco
che nessun essere umano può guardare
senza uno stupore antico

per il mogano, il sandalo e il cedro,
per il pane e il sale,
per il mistero della rosa
che prodiga colore e non lo vede,
per certe vigilie e giorni del 1955,
per i duri mandriani che nella pianura
aizzano le bestie e l’alba,
per il mattino a Montevideo,
per l’arte dell’amicizia,
per l’ultima giornata di Socrate,
per le parole che in un crepuscolo furono dette
da una croce all’altra,
per quel sogno dell’Islam che abbracciò
mille notti e una notte,
per quell’altro sogno dell’inferno,
della torre del fuoco che purifica,
e delle sfere gloriose,
per Swedenborg,
che conversava con gli angeli per le strade di Londra,
per i fiumi segreti e immemorabili
che convergono in me,
per la lingua che secoli fa parlai nella Northumbria,
per la spada e l’arpa dei sassoni,
per il mare, che è un deserto risplendente
e una cifra di cose che non sappiamo,
per la musica verbale d’Inghilterra,
per la musica verbale della Germania,
per l’oro che sfolgora nei versi,
per l’epico inverno
per il nome di un libro che non ho letto,

per Verlaine, innocente come gli uccelli,
per il prisma di cristallo e il peso d’ottone,
per le strisce della tigre,
per le alte torri di San Francisco e di Manhattan,
per il mattino nel Texas,
per quel sivigliano che stese l’Epistola Morale,
e il cui nome, come preferiva, ignoriamo,
per Seneca e Lucano, di Cordova,
che prima dello spagnolo
scrissero tutta la letteratura spagnola,
per il geometrico e bizzarro gioco degli scacchi,
per la tartaruga di Zenone e la mappa di Royce,
per l’odore medicinale degli eucalipti,
per il linguaggio, che può simulare la sapienza,
per l’oblio, che annulla o modifica i passati,
per la consuetudine,
che ci ripete e ci conferma come uno specchio,
per il mattino, che ci procura l’illusione di un principio,
per la notte, le sue tenebre e la sua astronomia,
per il coraggio e la felicità degli altri,
per la patria, sentita nei gelsomini
o in una vecchia spada,
per Whitman e Francesco d’Assisi che scrissero già
questa poesia,
per il fatto che questa poesia è inesauribile
e si confonde con la somma delle creature
e non arriverà mai all’ultimo verso
e cambia secondo gli uomini,
per Frances Haslam, che chiese perdono ai suoi figli
perché moriva così lentamente,
per i minuti che precedono il sonno,
per il sonno e la morte,
quei due tesori occulti,
per gli intimi doni che non elenco,
per questa musica, misteriosa forma del tempo.

Jorge Luis Borges, Un’altra poesia dei doni