Citazioni con argomento "Sfida"

Una volta esisteva un angelo di nome Malachia, non era molto diverso da me, facevamo parte della stessa legione, poi, come sapete, ci fu chi obbedì e chi no. No, il bene e il male non c'entravano, c'era chi diceva si può fare di meglio, e chi si accontentava. Be', Malachia era davvero un bravo collega, a parte la sua scelta. A lui era stato affidato un bambino da proteggere. Ma questo bambino sembrava posseduto, sembrava conoscesse il male istintivamente fin dalla nascita. Cupo, solitario, con lo sguardo torvo. Prendeva piccoli animali e li torturava, ed era Malachia a doverli curare e portare in salvo, e a volte con un soffio faceva sfuggire una farfalla dalle mani del bambino, o nascondeva nel suo mantello d'ombra uno scoiattolo. O avvisava con un grido un uccello del pericolo, perché mettesse in salvo i piccoli del nido. E questo bambino lanciava sassi sui suoi simili, e Malachia li deviava, o li prendeva in fronte, il sasso mancava misteriosamente il bersaglio, solo l'angelo sapeva perché, e venne chiamato l'angelo coi bozzi. Questo bambino, per andare a scuola, doveva attraversare un fiume assai pericoloso. C'era un ponte in pietra e più in là un pericoloso ponte di corda. E i genitori gli dicevano: "Strappacuore," così avevano soprannominato il bambino, "non passare dal ponte di corda, cadrai nell'acqua e morirai, anche se sei un bambino cattivo sei sempre nostro figlio". E cosa faceva Strappacuore?

[...]

Dunque il bambino Strappacuore doveva ogni giorno traversare fiume e, come ricorderete, i genitori gli dicevano: non passare su quel pericoloso ponte di corda. E naturalmente lui sempre di lì passava, soprattutto quando l'acqua era tumultuosa e gelida, d'inverno, e Malachia coi piedi nella corrente reggeva le corde del sottile ponte e se il bambino oscillava, lo sosteneva e ogni volta era un gran patema, una grande fatica. E certi raffreddori! E Strappacuore era sempre più cattivo. Passato il ponte, lanciava i pugni al cielo, per sfida. Finché una notte Malachia guardando le stelle chiese: perché? Perché tanti sforzi, quel bambino crescerà e farà del male ad altri. Dammi un segno signore, affinchè io lo possa abbandonare per aiutare una persona più degna. E il segno venne, una stella si spense all'improvviso. La mattina dopo pioveva a dirotto. E Strappacuore camminò fino al ponte cantando una canzonaccia sguaiata e il fiume era gonfio e color sangue rappreso, e correva col rumore di un tuono, e il ponte oscillava per il vento. Il bambino si avvicinò al ponte e mise la mano sulle corde, uno scroscio di vento e pioggia lo investì, e lui tremò. E Malachia non fece nulla. Aspettò. Allora il bambino sembrò annusare l'aria, protese i pugni in un segno di sfida verso l'acqua nera, fece un passo e scivolò, ma riuscì ad aggrapparsi. E tornò indietro. Si sedette sulla riva e pianse. Malachia non capiva. E nella pioggia, gli giunse la voce del bambino. Angelo, mio angelo, diceva, scusami se ho sbagliato. Forse ciò che facevo era male, ma era così bello sentirti, essere certo della tua vicinanza. Come ho amato ogni tuo soffio che mi ha portato via una farfalla, ogni scoiattolo che nascondevi, le tue grida di avvertimento tra i rami, i piccoli segni della tua presenza. E i sassi che tiravo, e che mancavano il bersaglio. Quale altro modo avevo di sentirti? Se tutto il resto del mondo era indifferente al mio male, al mio piccolo destino, tu non lo eri. E come mi piaceva sentire le tue mani che mi sostenevano sul ponte. E il tuo respiro che accompagnava ogni mio passo. E ogni volta, passandolo, alzavo le braccia al cielo perché avevo vinto. Vinto la mia sfida di sentirti vicino. Ora capisco. Non sarò più così cattivo, Malachia. Sarò normalmente cattivo come tutti. E sarò solo. So che non tornerai mai più, angelo, tu mi hai giudicato, e forse con ragione. E Malachia si avvicinò al bambino e volle coprirlo dalla pioggia col mantello, ma la pioggia attraversava il mantello e bagnava il volto. E il bambino Strappacuore non lo sentì. E si avvio per il ponte di pietra, solo.

Stefano Benni, Astaroth

I.
Era il sospetto del tuo chiuso ardore
che mi faceva artefice di chiavi.
D'altronde ero famosa da bambina
per aprire cassetti, porte e armadi
di cui non si trovava più la chiave.

Prima lasciavo che si presentassero
i competenti, ossia gli adulti maschi,
e io in silenzio buona da una parte
con noia superiore li guardavo
affaticarsi su quella serratura
che mai avrebbero aperto, ero sicura.
Dopo mezz'ora di maneggiamenti
aspri e stizzosi senza risultato,
quando alla fine si invocava il fabbro,
come un eroe in disuso risorgevo
flemmatica dicendo: l'apro io.

Con dei ferretti storti, mia invenzione,
a occhi semichiusi raggiungevo
il punto esatto, la prima tenerezza
nel dente dello scatto - tesa all'ascolto
tremante che pregavo. Ah il terrore
che potesse negarsi alla mia mano!
Ma quale comunione, quando ormai dentro
tutta trasferita, sentendo che era
intimamente mia, con un colpo
leggero la guidavo e lei senza resistere
si apriva. Non so come facessi, ero ispirata,
non era scienza, era devozione.

Nessun mistero si apriva a quella porta,
era una porta una qualsiasi porta
e nel cassetto c'era quel che c'era,
ognuno lo sapeva. E delle lodi,
unico premio alla mia impresa, molte
all'inizio, via via sempre più scarse
- la mia bravura col tempo era scontata -
di quelle poco o niente mi importava.
Il mio piacere era tutto nella sfida
di poter sciogliere quell'ostinato
inaccessibile diniego dove
nient'altro io ero che lo strumento eletto
per la resa: recedere di forze
entrando senza forza, solo ascoltando,
indifferente al premio ed al guadagno,
il suono che si leva da ogni chiusa
materia, che non aspetta altro
che aprirsi e darsi in dono
ma solo a chi è già pronto per quel suono.
Con quei ferretti storti, poi parole,
mi stavo esercitando alla poesia.
Che cosa'altro sennò? Sì, stavo imparando.

Perché poi il tradimento? Com'è che poi tradii
insieme alla mia infanzia l'ozioso suo talento?
Cresciuta infatti, molto cresciuta, pratica
e impaziente, grave di scopi, gonfia
di mete, io come quegli adulti affaticati
affaticandomi ostinatamente
smaniosa sempre di aprire e di raggiungere
il tesoro nascosto, le delizie in maschera,
perduta la felice noncuranza,
l'indifferenza al premio, cercavo solo premi
e ricompense, beh sì, la mia spettanza.
Ah quante porte c'erano chiuse per me da aprire!
Non più fornita di chiavi celesti
divenni dunque artefice in carriera
di chiavi d'altro tipo, s'intende,
chiavi false: perché - io ragionavo -
se scrigno e cassaforte chiudono soldi e oro
allora anche le porte difficili da aprire,
sia pure d'altro genere, nascondono un tesoro.

Ah quante porte aprii, cassetti e pure
armadi! E che trovavo?
Una saletta riscaldata al minimo
da dove si accedeva a una cucina
tutta al risparmio, le luci poche e stente,
cibo scadente ma tre televisori.
Una famiglia vera e propria insomma
e se non questa, ricordi di famiglia
e se non questi, progetti di famiglia.
Giusto mezz'ora e me ne andavo via.

Eppure lo sapevo, lo sapevo
che a quella porta non si apriva alcun mistero,
era una porta una qualsiasi porta
e nel cassetto c'era quel che c'era,
e non soltanto io, chiunque lo sapeva.

Però non mi arrendevo: a stare lì
da sola fuori al freddo a far su e giù
su quel mio acerbo pascolo. Dovrà
pur esserci il sontuoso caldo
e straripanti tavole di cibo
mentre si gioca seri al Vero e al Falso.
Sì, ma dov'era il sontuoso caldo,
la luce ardente che mozza lo sguardo,
la lenta cerimonia che solenne accoglie
il tempestoso viaggiatore stanco?
Dov'erano le offerte di cuscini
su cui assorbire in silenzio il cibo santo?

Qual era quella porta? Se c'era io l'avrei aperta.

II.
L'aria era dolce e molto profumata
di erbe e sale che il caldo aveva munto,
era di sera a cena un fine luglio
su una terrazza che pretendeva al mare.
Un golf a righe legato sulle spalle
apparve lenta e scura la Guardiana.
La riconobbi subito: sprezzante
non salutò, non si presentò.
Padrona dei suoi passi, malinconica,
in ritardo, fortificata e accorta:
l'immobile, severa, inalterabile
Guardiana della Porta.
Se questa è la guardiana, mi dicevo,
chissà cosa nasconde la sua porta.
Perché, è evidente, si fa guardia inflessibile
solo a una porta che ha serratura debole
e che rivelerebbe, aprendosi, delizie
talmente ineludibili e fatali
che anche la guardia ne sarebbe persa.

Come quando in zone buie e solitarie
tornando soli senza voglia al proprio albergo
- è di notte per giunta e fa un po' freddo -
da una finestra appena aperta su un giardino
esce una vampa di luci e di risate
- perché ridono tanto? chi ci sarà là dentro? -
e pensi che meglio di come stanno loro
non si potrebbe stare in quel momento
e pagheresti pur di poter entrare
nelle radiosa radura della stanza;
o come quando a fine mattinata
andando frettolosi per faccende
da una cucina che affaccia sulla strada
esce un soffritto dolce di carne e di cipolle
e pensi che se non proprio a pranzo tu lì
a mangiare prima o poi ci andrai senz'altro
e già non vedi l'ora che arriverà quel giorno,
così da lei sarebbe uscita, se socchiusa,
una tale promessa di piaceri
che lo spiraglio era già un ricco acconto.
A aprirla tutta, che cosa avrei trovato!

I baci lunghi e il mare
languidamente inerme, addormentato, e braccia
piene di spazio, immense, e i golfi
quasi di latte, fermi, di settembre; e io nuotavo
in quella densa superficie e la parte
di me che stava emersa al sole si scaldava
per poi riimmergersi nell'acqua a farsi fresca.

Pertanto ciondolavo, le ciondolavo intorno
come un ladro, saggiando il territorio
dov'era molle, più facile allo scavo:
sforzando al massimo il mio usato repertorio
tentavo di distrarla dal suo compito,
che forse distraendosi mi mostra
come arrivare alla Sublime Porta.
Bisognava trovarla, ero un'esperta,
fosse pure blindata, magari con la forza,
io l'avrei aperta.

Allora non sapevo che c'era la guardiana,
soltanto la guardiana e non la porta,
una guardiana che allude ad una porta
meravigliosa e forse facile da aprire,
basta saperlo fare, non certo con la forza.
Mi offriva intanto porticine laterali
che davano su bassi scantinati
due per quattro, nei quali avrei dovuto fare
mostra di tutti i numeri del mio gran varietà.
Ma ti lamenti troppo - mi diceva -
e poi non sai ballare, lo vedi, hai il gesto goffo
hai rotto due bicchieri. Ah no, non ti ci porto,
no, io a palazzo non ti faccio entrare.
E cominciai il mio balletto zoppo.

III.
Quando io svegliandomi al mattino entravi
nella costituzione dei pensieri
che in fraseggio infinito compitavano
gli enigmi da risolvere, i sacrifici e i doni
che avrei deposto sulla soglia stretta
del tuo così diversamente ingombro
mattino di fretta e di faccende, da cui
usciva, senza che mai davvero io
la vedessi, quel solito rumore
di porta che si chiude, disperando
di me ostinata artefice di deluse chiavi,
cercavo la mia perduta grazia, quell'infanzia
che in armonia cedevole ascoltava.
Ero colpevole. Di non saper raggiungere
per troppa mira la chiusa morbidezza
del tuo cuore: passando per la mente,
sì, con le parole, le valorose mie nobili
scudiere, cui avevo sempre dato
immenso credito - che a loro era passata
la gloria delle chiavi. E adesso che cos'erano
se non le vuote prove di un avvocato
che voglia impratichirsi del mestiere?
Un'impotente e macchinosa avvocatura
per rendermi ai tuoi occhi, e ai miei,
meno colpevole. Di non saper trovare
la porta che non c'era, quella sognata porta
che ti chiudeva centuplicata in bene,
che anche tu, guardiana stanca, sapevi
che non c'era, ma che anche tu sognavi,
sperando che le chiavi, la faticosa
virtù delle mie chiavi facesse esistere
quello che non c'era, che se io avessi inventato
il suono giusto, il giusto combinarsi
di parole, fossi riuscita nella
descrizione, saremmo entrate in due
in quell'invenzione. Per poi scoprire
che il piacere non ha porte e che
se mai l'avesse stanno aperte, che
potevamo allora rimanere fuori
sfornite e arrese tutte e due alla pari
giocando io alla porta e tu alle chiavi.

Patrizia Cavalli, La Guardiana

Tu non sei come gli altri, Dann, tu fai delle cose, tante cose, e ne immagini ancora delle altre ed è come se non ti bastasse una vita sola per farcele stare tutte. Io non so... a me la vita sembrava già così difficile... sembrava già un'impresa viverla e basta. Ma tu... tu sembra che devi vincerla, la vita, come se fosse una sfida... sembra che devi stravincerla... una cosa del genere. Una roba strana. È un po' come fare tante bocce di cristallo... e grandi... prima o poi te ne scoppia qualcuna... e a te chissà quante te ne sono già scoppiate, e quante te ne scoppieranno... Però...

[...]

Però quando la gente ti dirà che hai sbagliato... e avrai errori dappertutto dietro la schiena, fottitene. Ricordatene. Devi fottertene. Tutte le bocce di cristallo che avrai rotto erano solo la vita... non sono quelli gli errori... quella è vita... e la vita vera magari è proprio quella che si spacca, quella vita su cento che alla fine si spacca... io questo l'ho capito, che il mondo è pieno di gente che gira con in tasca le sue piccole biglie di vetro... le sue piccole tristi biglie infrangibili... e allora tu non smetterla mai di soffiare nelle tue sfere di cristallo... sono belle, a me è piaciuto guardarle, per tutto il tempo che ti sono stato vicino... ci si vede dentro tanta di quella roba... è una cosa che ti mette l'allegria addosso... non smetterla mai... e se un giorno scoppieranno anche quella sarà vita, a modo suo... meravigliosa vita.

Alessandro Baricco, Castelli di rabbia