Citazioni con argomento "Corpo"

La mia notte... che non vorrei più...
La mia notte è come un grande cuore che pulsa.

Sono le tre e trenta del mattino.
La mia notte è senza luna. La mia notte ha grandi occhi che guardano fissi una luce grigia che filtra dalle finestre. La mia notte piange e il cuscino diventa umido e freddo. La mia notte è lunga e sembra tesa verso una fine incerta. La mia notte mi precipita nella tua assenza. Ti cerco, cerco il tuo corpo immenso vicino al mio, il tuo respiro, il tuo odore. La mia notte mi risponde: vuoto; la mia notte mi dà freddo e solitudine. Cerco un punto di contatto: la tua pelle. Dove sei? Dove sei? Mi giro da tutte le parti, il cuscino umido, la mia guancia vi si appiccica, i capelli bagnati contro le tempie. Non è possibile che tu non sia qui. La mie mente vaga, i miei pensieri vanno, vengono e si affollano, il mio corpo non può comprendere. Il mio corpo ti vorrebbe. Il mio corpo, quest'area mutilata, vorrebbe per un attimo dimenticarsi nel tuo calore, il mio corpo reclama qualche ora di serenità. La mia notte è un cuore ridotto a uno straccio. La mia notte sa che mi piacerebbe guardarti, seguire con le mani ogni curva del tuo corpo, riconoscere il tuo viso e accarezzarlo. La mia notte mi soffoca per la tua mancanza. La mia notte palpita d'amore, quello che cerco di arginare ma che palpita nella penombra, in ogni mia fibra. La mia notte vorrebbe chiamarti ma non ha voce. Eppure vorrebbe chiamarti e trovarti e stringersi a te per un attimo e dimenticare questo tempo che massacra. Il mio corpo non può comprendere. Ha bisogno di te quanto me, può darsi che in fondo, io e il mio corpo, formiamo un tutt'uno. Il mio corpo ha bisogno di te, spesso mi hai quasi guarita. La mia notte si scava fino a non sentire più la carne e il sentimento diventa più forte, più acuto, privo della sostanza materiale. La mia notte mi brucia d'amore.

Sono le quattro e trenta del mattino.
La mia notte mi strema. Sa bene che mi manchi e tutta la sua oscurità non basta a nascondere quest'evidenza che brilla come una lama nel buio, la mia notte vorrebbe avere ali per volare fino a te, avvolgerti nel sonno e ricondurti a me. Nel sonno mi sentiresti vicina e senza risvegliarti le tue braccia mi stringerebbero. La mia notte non porta consiglio. La mia notte pensa a te, come un sogno a occhi aperti. La mia notte si intristisce e si perde. La mia notte accentua la mia solitudine, tutte le solitudini. Il suo silenzio ascolta solo le mie voci interiori. La mia notte è lunga, lunga, lunga. La mia notte avrebbe paura che il giorno non appaia più ma allo stesso tempo la mia notte teme la sua apparizione, perché il giorno è un giorno artificiale in cui ogni ora vale il doppio e senza di te non è più veramente vissuta. La mia notte si chiede se il mio giorno somiglia alla mia notte. Cosa che spiegherebbe la mia notte, perché tempo anche il giorno. La mia notte ha voglia di vestirmi e di spingermi fuori per andare a cercare il mio uomo. Ma la mia notte sa che ciò che chiamano follia, da ogni ordine, semina disordine, è proibito. La mia notte si chiede cosa non sia proibito. Non è proibito fare corpo con lei, questo, lo sa, ma si irrita nel vedere una carne fare corpo con lei sul filo della disperazione. Una carne non è fatta per sposare il nulla. La mia notte ti ama fin nel suo intimo, e risuona anche del mio. La mia notte si nutre di echi immaginari. Essa, può farlo. Io, fallisco. La mia notte mi osserva. Il suo sguardo è liscio e si insinua in ogni cosa. La mia notte vorrebbe che tu fossi qui per insinuarsi anche dentro di te con tenerezza. La mia notte ti aspetta. Il mio corpo ti attende. La mia notte vorrebbe che tu riposassi nell'incavo della mia spalla e che io riposassi nell'incavo della tua. La mia notte vorrebbe essere spettatrice del mio e del tuo godimento, vederti e vedermi fremere di piacere. La mia notte vorrebbe vedere i nostri sguardi e avere i nostri sguardi pieni di desiderio. La mia notte vorrebbe tenere fra le mani ogni spasmo. La mia notte diventerebbe dolce. La mia notte si lamenta in silenzio della sua solitudine al ricordo di te. La mia notte è lunga, lunga, lunga. Perde la testa ma non può allontanare la tua immagine da me, non può dissipare il mio desiderio. Sta morendo perché non sei qui e mi uccide. La mia notte ti cerca continuamente. Il mio corpo non riesce a concepire che qualche strada o una qualsiasi geografia ci separi. Il mio corpo diventa pazzo di dolore di non poter riconoscere nel cuore della notte la tua figura o la tua ombra. Il mio corpo vorrebbe abbracciarti nel sonno. Il mio corpo vorrebbe dormire in piena notte e in quelle tenebre essere risvegliato al tuo abbraccio. La mia notte urla e si strappa i veli, la mia notte si scontra con il proprio silenzio, ma il tuo corpo resta introvabile. Mi manchi tanto, tanto. Le tue parole. Il tuo colore.
Fra poco si leverà il sole.

Frida Kahlo, Lettera di Frida Kahlo a Diego Rivera, Città del Messico, 12 settembre 1939. Mai spedita.

Si impone qualche precisazione ontologica.
Fino a quattordici anni, ho diviso l'umanità in tre categorie: donne, bambine e ridicoli.
Tutte le altre differenze mi sembravano aneddotiche: ricchi o poveri, Cinesi o Brasiliani (a parte i Tedeschi), padroni o schiavi, belli o brutti, adulti o vecchi, quelle distinzioni erano sì importanti, ma non influivano sull'essenza individuale.
Le donne erano persone indispensabili. Preparavano da mangiare, vestivano i figli, insegnavano loro ad allacciarsi le scarpe pulivano, fabbricavano dei bambini con la pancia, indossavano vestiti interessanti.
I ridicoli non servivano a niente. La mattina i ridicoli grandi andavano in "ufficio", che era una scuola per adulti, cioè un posto inutile. La sera vedevano gli amici, attività poco onorevole di cui ho parlato sopra.
In realtà i ridicoli adulti erano rimasti molto simili ai ridicoli bambini, con una differenza non trascurabile: loro avevano perso il bene dell'infanzia. Ma le loro funzioni non cambiavano granché, e il loro fisico nemmeno.
In compenso c'era un'enorme differenza fra le donne e le bambine. Innanzitutto non erano dello stesso sesso, bastava guardarle per rendersene conto. E poi il loro ruolo cambiava moltissimo in base all'età: passavano dall'inutilità dell'infanzia all'utilità primordiale delle donne, mentre i ridicoli rimanevano inutili tutta la vita.
I soli ridicoli adulti che servivano a qualcosa erano quelli che imitavano le donne: i cuochi, i commessi, gli insegnanti, i medici e gli operai.
Infatti questi mestieri erano in primo luogo femminili, soprattutto l'ultimo: negli innumerevoli manifesti di propaganda che costellavano la Città dei Ventilatori, gli operai non mancavano mai di essere operaie allegre e paffute. Erano così felici di riparare tralicci che avevano il colorito rosa.
La campagna confermava le verità urbane: i cartelloni mostravano solo contadine vispe e ardite mentre in estasi legavano covoni.
I ridicoli adulti servivano soprattutto ai mestieri di simulazione. Per esempio i soldati cinesi che circondavano il ghetto facevano finta di essere pericolosi ma non uccidevano nessuno.
I ridicoli mi erano simpatici, soprattutto perché il loro destino mi sembrava tragico: loro nascevano ridicoli. E alla nascita avevano fra le gambe quella cosa grottesca di cui erano così pateticamente orgogliosi, il che li rendeva ancora più ridicoli.
Spesso i bambini mi facevano vedere quell'oggetto, il che sortiva immancabilmente l'effetto di farmi ridere fino alle lacrime. Questa reazione li lasciava perplessi.
Un giorno non riuscii a fare a meno di dire a uno di loro con una delicatezza sincera:
-Poverino!
- Perché? - chiese lui sbalordito.
- Deve essere fastidioso.
-No- assicurò lui.
- Ma sì; infatti quando vi danno una botta lì...
- Però è più pratico.
-Eh?
- Si può fare pipì in piedi.
- E con ciò?
- È meglio.
- Ah davvero?

Amélie Nothomb, Sabotaggio d'amore

Vorrei solo poter restare qui tutta la notte e continuare a scrivere. Scrivere mi fa bene. Lo sento. Anche quando scrivo cose tristi, qualcosa in me si tranquillizza, sento di avere uno scopo.

Voglio rimanere qui e raccontare le cose più semplici. Descrivere la foglia che è appena caduta. O la catasta di sedie in veranda. O le falene attratte dalla lampada. E raccontare ciò che avviene durante la notte finché il buio si tramuta in luce, fino ai cambiamenti di colore. Potrei rimanere qui seduta per giorni e notti a descrivere ogni stelo d'erba, ogni fiore, i sassi del muretto, le pigne. Solo dopo, quando mi sentirò pronta, passerò a scrivere di me. Del mio corpo, per esempio. Comincerò da lui, da ciò che è tangibile. Ma anche con lui partirò da lontano, dalle dita dei piedi, per avvicinarmi piano piano. Descriverò ogni sua parte, ne annoterò le sensazioni, quelle di un tempo e quelle attuali. I ricordi della caviglia, per esempio, o della guancia, o del collo. Perché no? Attraverso le carezze, i baci e le cicatrici. Mantenermi viva con la scrittura. Ci vorrà un sacco di tempo ma ne ho molto a mia disposizione. La vita è lunga e voglio raccontare di me stessa, raccontare quello che probabilmente nessuno mi racconterà mai. La mia storia. Senza aggiunte, ma anche senza detrazioni. Scrivere senza pretendere nulla. Da nessuno. Scrivere solo la mia voce.

David Grossman, Che tu sia per me il coltello

Cosa non darei per leggere le lettere perdute di Milena a K. per vedere cosa gli disse esattamente, con quali parole gli rispose quando lui le scrisse: "Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con cui frugo dentro me stesso".

Spero che lei gli abbia risposto subito, con un telegramma, che è proibito a un essere umano accettare di trasformarsi in coltello per un altro. È proibito persino avanzare una richiesta del genere!

Ripensandoci, in fondo, non capisco Milena. Al suo posto mi sarei comportata diversamente. Sarei partita da Vienna per Praga, per andare da lui. Sarei entrata in casa sua e gli avrei detto: Eccomi. Non potrai più sfuggire. Non mi accontento più di un viaggio immaginario. Non si può guarire solo con le parole. Ammalarsi sì. Probabilmente non è molto difficile. Ma consolare? Far rivivere? Per questo occorre vedere degli occhi di fronte a sé, toccare delle labbra, delle mani, un corpo che si ribella e strepita contro le tue idee infantili di astrattezza "pura". Cosa c'è di puro? Cosa c'è di puro in me ora?

David Grossman, Che tu sia per me il coltello

Plotino dice, o meglio (talvolta anche le idee più folgoranti sono di seconda mano, usate come i vestiti che indossati da Medusa sembrano appena cuciti dal sarto privato di Dio) Bergson dice che Plotino dice che le anime abitano nel mondo delle Idee, al di sopra del Tempo, fuori dello Spazio, i Corpi nel mondo della Materia. Fra i corpi e le anime - ma questo non era più Plotino, era una fresca paginetta del suo journal - passa lo stesso rapporto che fra un piede e una scarpa.

Il corpo sta all'anima come un piede alla scarpa che calza. Le scarpe possono essere solidali con i piedi o soffrire la loro oppressione, possono adattarsi alla loro forma o tormentarli, non è detto che la scarpa sia fatta per il piede né che il piede sia l'equivalente della scarpa. La scarpa e il piede non sono la stessa cosa. Possono sposarsi alla perfezione oppure no. La differenza sta nel fatto che i piedi possono cercare un altro paio di scarpe, e le scarpe trovare un altro padrone, ma l'anima di una persona - la mia - ha solo questo corpo, e deve calzarlo per sempre.

«Ti sta proprio bene il vestito.» Vorrei che lo indossassi tu, mia cara. Saresti l'unica prova che Dio è tornato. Plotino dice che fra i corpi ve ne sono alcuni che per la loro forma corrispondono maggiormente alle aspirazioni delle anime. Il corpo si innalza verso l'anima che potrebbe dargli la vita completa. E l'anima, guardando il corpo in cui crede di scorgere il riflesso di se stessa, affascinata come se fissasse specchio, si lascia attirare, si china e cade. La sua caduta è l'inizio della vita.

Melania G. Mazzucco, Il bacio della Medusa