Citazioni con argomento "Poesia"

La schiava migliore
non ha bisogno d'esser picchiata.
Si picchia da sé.
Non con una frusta di cuoio,
o con bastoni e verghe,
non con un randello
o con un manganello,
ma con la frusta fine
della sua stessa lingua
e il battere sottile
della sua mente
contro la sua mente.
Chi può infatti nutrire per lei metà
dell'odio che nutre essa stessa?
e chi può eguagliare la finezza
degli insulti che si rivolge?
Anni di allenamento
occorrono per questo.
Venti anni
di auto-indulgenza
e negazione di sé;
finché il soggetto si ritiene una regina
e pure una mendicante -
le due cose allo stesso tempo.
Deve dubitare di sé
in tutto fuorché l'amore.
Deve scegliere appassionatamente
e malamente.
Deve sentirsi perduta come un cane
senza il padrone.
Deve riferire tutte le questioni morali
al proprio specchio.
Deve innamorarsi di un cosacco
o di un poeta.
Non deve mai uscire di casa
se non celata sotto il trucco.
Deve portare scarpe strette
perchè sempre ricordi di essere schiava.
Non deve dimenticare
che è radicata nel terreno.
Benché sia svelta nell'apprendere
e riconosciuta intelligente
il dubbio che istintivamente ha di sé
la deve rendere così debole
che si applica brillantemente
a mezza dozzina di opere d'ingegno
e così abbellisce
ma non cambia
la nostra vita.
Se è un'artista
e quasi quasi è un genio,
il fatto stesso d'avere questo dono
deve riuscirle così penoso
che si toglie la vita
piuttosto che vincerci.
E dopo la sua morte, piangeremo
e ne faremo una santa.

Erica Jong, Alcesti al circuito della poesia

Esistono molte solitudini intersecate – dice – sopra e sotto
ed altre in mezzo;
diverse o simili, ineluttabili, imposte
o come scelte, come libere – intersecate sempre.
Ma nel profondo, in centro, esiste l’unica solitudine – dice;
una città sorda, quasi sferica, senza alcuna
insegna luminosa colorata, senza negozi, motociclette,
con una luce bianca, vuota, caliginosa, interrotta
da bagliori di segnali sconosciuti.
In questa città
da anni dimorano i poeti.
Camminano senza far rumore, con le mani conserte,
ricordano vagamente fatti dimenticati, parole, paesaggi,
questi consolatori del mondo, i sempre sconsolati, braccati
dai cani, dagli uomini, dalle tarme, dai topi, dalle stelle,
inseguiiti dalle loro stesse parole, dette o non dette.

Yiannis Ritsos, L'altra solitudine

Ad alcuni piace la poesia
ad alcuni cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza ma alla minoranza.
Senza contare le scuole dove è un obbligo
e i poeti stessi
ce ne saranno forse due su mille.
Piace
mi piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro
piace una vecchia sciarpa
piace averla vinta
piace accarezzare un cane.
La poesia
ma cos'è mai la poesia?
Più d'una risposta incerta
è stata gia data in proposito.
Ma io non lo so,
non lo so e mi aggrappo a questo
come alla salvezza di un corrimano.

Wislawa Szymborska

Per colmo di crudeltà, la neve.
La neve, che poteva pure essere brutta e grigia come la Città dei Ventilatori, era comunque la neve.
La neve, in cui i miei brancolamenti analfabeti avevano riconosciuto l'immagine per eccellenza dell'amore, il che non era certo arbitrario.
La neve, tutt'altro che innocente nella sua candida beatitudine.
La neve, in cui leggevo domande che mi facevano venire prima caldo e poi freddo.
La neve, sporca e dura, che finivo per mangiare nella speranza, vana, di trovarvi una risposta.
La neve, acqua esplosa, sabbia di ghiaccio, sale non della terra ma del ciclo, sale non salato, dal sapore di silice, dalla grana di gemma tritata, dal profumo di freddo, pigmento del bianco, solo colore che cade dalle nuvole.
La neve che ammortizza tutto - i rumori, le cadute, il tempo - per meglio esaltare le cose eterne e immutabili, come il sangue, la luce, le illusioni.
La neve, prima carta della Storia, su cui furono scritte tante tracce di passi, tanti inseguimenti spietati, la neve che fu dunque il primo genere letterario, immenso libro raso terra dove si parlava solo di piste di caccia e dell'itinerario del nemico, sorta di epopea geografica che dava al minimo segno il peso di un enigma - quel piede era quello di un fratello o di chi aveva ucciso quel fratello?
Di questo libro chilometrico e incompiuto, che potrebbe intitolarsi Il più vasto libro del mondo, non c'è rimasto un solo frammento - il contrario della biblioteca di Alessandria: tutti i testi si sono sciolti. Ma in noi deve essere rimasta una reminiscenza remota, una sorta di angoscia della pagina bianca che mette una voglia terribile di calcare gli spazi ancora vergini, e istinto di esegeta appena si incrocia una traccia altrui.
In fin dei conti è la neve che ha inventato il mistero. Per la stessa ragione che è sempre lei ad aver inventato la poesia, il disegno, il punto interrogativo - e quel gran gioco di tracce che è l'amore.
La neve, falso sudario, grande ideogramma vuoto in cui decrittavo l'infinito delle sensazioni che volevo offrire alla mia amata.

Amélie Nothomb, Sabotaggio d'amore

Suo padre aveva amato molto l'arte e la poesia degli anni appena trascorsi, e se i libri di arte la lasciavano dubbiosa e interdetta, persino annoiata all'idea di non poter capire che una piccola parte di quello che vedeva, ogni volta che apriva un libro di poesie, qualunque libro, fosse anche quello di un indisponente avanguardista, sapeva che avrebbe trovato qualcosa che poi avrebbe portato con sé. Come un sasso di strano colore trovato nel fiume, avrebbe continuato a tenerselo tra le mani, alitandolo e lisciandolo fino alla soglia del sonno. E oltre ancora: sentiva che certe parole sarebbero rimaste con lei per sempre. Se le covava dentro, e aveva la sensazione che la facessero crescere di minuto in minuto, come un pallone aerostatico, sempre più grande e più leggera, alimentata dall'aria calda che sprigionava la poesia. A volte si scontrava con un verso così penetrante, così assonante ai suoi più fragili pensieri, che doveva lasciare, smettere di leggere. E sforzarsi di contenere quell'invasore troppo grande per il suo cuore, impedirgli di farle del male. Si sentiva come la diga alta del Soraggio, quando da bambina la portavano a sentirla gemere sotto la spinta furente dei torrenti del disgelo. Altre volte, le capitava di gettare via il libro che stava leggendo, come se le avesse fatto male tenerlo tra le mani; poteva succedere che finisse nella strada, ma per fortuna in quei giorni non passava quasi mai nessuno.

Maurizio Maggiani, Meccanica celeste