Citazioni con argomento "Condivisione"

Nel 1907 una donna di San Francisco di nome Alice B. Toklas arrivò a Parigi. Doveva incontrare una connazionale che viveva là. Era emozionata, perché aveva sentito molto parlare di Gertrude Stein. Nel 2011 una donna di Londra di nome Louise viaggiava in Eurostar diretta a Parigi. Louise era pensierosa. Viaggiava da sola perché stava cercando di capire qualcosa sull'amore. Louise aveva una relazione; le ricordava una nave, solo che nel suo caso si trattava di una barchetta a remi portata da lei, con una cabina riservata all'amante. L'imbarcazione dell'amante era molto più grande, con tanto di equipaggio e passeggeri. C'erano sempre feste in corso. L'amante viveva al centro di un mondo rutilante. Quello di Louise iniziava e finiva con lei: autosufficiente, isolato, intenso. Louise non sapeva come conciliare questi opposti - sempre che di opposti si trattasse - e per giunta era proprio lei a desiderare una convivenza. L'amante non era d'accordo, preferiva lasciare le cose com'erano; Louise la solitaria e l'amante, così socievole, non potevano stare sulla stessa barca. Così Louise si era messa in viaggio da sola per Parigi. Louise sono io. Presi il metro fino a Cité. A piedi, passai davanti a Notre-Dame e pensai al corpo deforme del gobbo Quasimodo appeso alle funi delle campane, per amore di Esmeralda. Quasimodo era sordomuto. Cupido è cieco. Freud definiva l'amore "una sopravvalutazione dell'oggetto". Ma per te io sarei pronta ad affrontare lo scampanio del mondo. Alice Toklas non aveva alcuna esperienza dell'amore. Sua madre era morta troppo presto - sia per sé, sia per Alice - e la figlia era rimasta a casa, a suonare il piano e a occuparsi del padre e dei fratelli. Sbrigava gli ordini dal macellaio, teneva i conti, sovrintendeva alla cucina. E poi arrivò a Parigi e incontrò Gertrude Stein. Anche Gertrude Stein aveva perso la madre da giovane - un lutto che non si supera mai fino in fondo; anzi, non si supera affatto; lo porti sempre con te, come una ferita aperta - ma per fortuna la sua storia non finì lì. Gertrude disponeva di una rendita privata, modesta ma sufficiente. Lei e il fratello Leo avevano da tempo lasciato gli Stati Uniti per stabilirsi a Parigi, in rue de Fleurus. Gertrude scriveva. Leo dipingeva. Compravano quadri moderni. Acquistarono le opere di Matisse e di Picasso quando ancora erano snobbate da tutti. Pablo e Gertrude divennero grandi amici. Ma Gertrude si sentiva sola. Era una scrittrice. E soffriva di solitudine. Mi trovo a ricascare ogni volta nella stessa condizione di solitudine. È colpa del sesso? Se non fosse per il sesso, non saremmo tutti perfettamente appagati dai nostri amici, dalle loro confidenze, dalla loro compagnia? Io voglio bene ai miei amici. Sono una buona amica per loro. Ma appena mi innamoro comincio a sentirmi sola. Ho un'amica che sa essere felice senza amore; si prende un amante quando ne ha voglia, ma senza darsi il disturbo di innamorarsi. Io me la cavo malissimo senza amore. Intristisco, sospiro, dormo, sogno, apparecchio per due e resto a fissare il posto vuoto. Potrei invitare un amico - a volte lo faccio - ma non è questo il punto; il punto è che mi ostino a chiedermi dove sei, anche quando non esisti. A volte ho delle storie. Ma per quanto soddisfacente, il sesso mi fa sentire defraudata: l'intimità senza il costo. E il costo lo conosco bene: più ti amo, più mi sento sola. Il 23 maggio 1907 Gertrude Stein conobbe Alice B. Toklas. Gertrude: grassa, sexy, geniale, autorevole. Alice: un minuscolo unicorno, nervosa, intelligente, guardinga, ostinata. Quando Gertrude la accolse nel suo atelier al 27 di rue de Fleurus, Alice cercò dove sedersi, inutilmente. Le sedie erano tutte taglia Stein, mentre Alice era taglia Toklas, e i piedi non le arrivavano al pavimento. "Il mondo non smette mai di girare", disse Gertrude, "ma a un certo punto ti dovrai pur sedere da qualche parte". Ti sedetti di fronte, e mi piacque il tuo aspetto arruffato; i capelli sugli occhi e la trascuratezza strategica degli abiti. Eravamo superstiti di altri naufragi. Tu avevi un'aria triste. Io volevo rivederti. Per un po' comunicammo via email, corteggiandoci con font e pixel. Hai mai...? E adesso...? Ti piacerebbe...? Chissà se...? Ogni mattina Miss Toklas faceva recapitare un petit bleu a Miss Stein, per organizzare una passeggiata nei Jardin du Luxembourg, o visitare una libreria o vedere una mostra. Un giorno Alice arrivò in ritardo. Gertrude era su tutte le furie. Alice riprese i guanti e fece per andarsene, ma mentre attraversava il cortile Gertrude la richiamò indietro: "Non è troppo tardi per una passeggiata". Andammo a passeggiare a Hampstead Heath. Camminammo per due ore filate, girando in tondo. Circonferenze disegnate dal ruotare di un doppio compasso, il tuo desiderio e il mio. Nel punto in cui si incrociarono, ci baciammo. Quella tra Stein e Toklas era una relazione sessuale. Andarono in vacanza insieme - il caldo torrido in Italia e Gertrude che amava camminare sotto il sole di mezzogiorno. Parlavano della Bisbetica domata, la commedia di Shakespeare, quella in cui Petruccio piega Caterina al suo amore. Strano testo. Decisamente non un manifesto femminista. Gertrude: Una moglie dipende dal marito: è questa la tesi di Shakespeare. Alice: Tu però non ti sei mai sposata. Gertrude: Mi piacerebbe avere una moglie. Alice: E come sarebbe, tua moglie? Gertrude: Appassionata, capace, intelligente, presente. Sì, molto presente. Alice: Tra dieci giorni devo tornare a San Francisco. Gertrude: Mi piacevano molto le tue visite quotidiane in rue de Fleurus... Mentre risalivano in silenzio la collina che culminava nel sole, Alice cominciò a togliersi i vestiti - le calze, il corsetto rosso ciliegia. Stava spogliandosi del passato. Sedettero in cima alla collina, e Gertrude distolse lo sguardo. Gertrude: Alla resa dei conti, si è sposati al letto. Fu l'inizio della loro storia d'amore. Io incontrai il mio amore due anni fa, e mi innamorai. Irretita come una stella vagante nell'orbita di Venere. L'amore mi aveva catturata. Mi teneva stretta. Un amore come lacci ai polsi. Come una voce che arriva da lontano. Amo la tua voce al telefono. Nel quai sotto la mia finestra un ragazzo magro suona la chitarra. Canta: "All You Need Is Love". Le coppie che passeggiano mano nella mano gli lanciano delle monete perché vogliono convincersi che sia vero. Vogliono convincersi di essere veri. Ma il problema dell'amore è più difficile da risolvere della Teoria del Tutto. Se tu fossi Dante diresti che sono la stessa cosa: "Amor che move il sole e l'altre stelle". Ma l'amore è in pericolo. Un tempo era una faccenda di donne - la nostra sfera d'azione, l'occupazione della nostra vita, dare amore, fare l'amore, riparare l'amore, averne cura. Agli uomini serviva che le donne si dedicassero all'amore per essere liberi di fare tutte quelle cose impossibili senza l'amore - eppure nessuno ammetteva la segreta necessità dell'amore. Tranne in quelle dediche: A Mia Moglie. Adesso abbiamo un nostro stipendio e il diritto di voto. Siamo donne in carriera (l'espressione "uomo in carriera" nemmeno esiste). Non ci occupiamo più solo dell'amore. Siamo più dell'amore. Abbiamo ottenuto l'indipendenza. L'uguaglianza. Ma... cosa ne è stato dell'amore? Credevamo che sarebbe esistito sempre, come l'aria, come l'acqua, come l'estate, come il sole. Che sapesse arrangiarsi da solo. Non avevamo messo in conto le cure silenziose che servono a mantenere l'amore regolare come la luce. Anche l'amore è un ecosistema. Non puoi sfruttarne l'acqua e la terra, estrarne le risorse e soffocarlo con il cemento, e poi chiederti che fine hanno fatto gli uccelli e le api. L'amore è il nostro habitat. Il Pianeta Amore. Quando ti conobbi, la cosa che trovavo più sorprendente e commovente era che mi rispondessi sempre al telefono. Non ti credevi così importante da negarti. Anche se lo sei, attribuivi all'amore un'importanza maggiore. Cominciai a crederci. A credere in te. L'amore ha qualcosa di religioso: si fonda sull'invisibile e fa miracoli. E comporta sempre un sacrificio. Non credo che oggi si parli più dell'amore in termini reali. Si parla di collaborazione. Di flirt. Di sesso. Di divorzio. Mi sembra che dell'amore non si parli affatto. Alice Toklas non fece più ritorno a San Francisco. Non rivide mai più la sua famiglia. Nel giro di poco, il fratello di Gertrude, Leo, lasciò la casa in rue de Fleurus, e Alice prese il suo posto. Lei e Gertrude restarono insieme ogni giorno per quarant'anni. Devo riscriverlo? Restarono insieme ogni giorno per quarant'anni... E non smisero mai di fare sesso. A Gertrude Stein piaceva far raggiungere l'orgasmo ad Alice; lo chiamava "fare uscire la mucca", nessuno sa perché - a meno che Alice facesse "muuu" quando veniva. Gertrude si definiva "la miglior dispensatrice di mucche al mondo". Le piacevano anche le ripetizioni: di verbi, parole, orgasmi. Noi amiamo le abitudini dell'amore. Il tuo modo di pettinarti. Di bere il caffè. Come mi dai le spalle nel letto ogni mattina per farti abbracciare da dietro. Come mi apri la porta appena mi vedi rincasare. Uscendo, alzo sempre gli occhi verso la finestra perché so che mi guardi, che vigili su di me. E allo stesso tempo l'amore deve rinnovarsi ogni giorno. Quella fresca e umida sensazione dell'amore appena alzato. Gertrude Stein ha scritto che "l'altrove non è un luogo", respingendo contemporaneamente il materialismo e ogni forma di consolazione. Mi sento sola quando amo perché avverto l'immensità del compito di alimentare e avere cura dell'amore. Mi sento inadeguata, sopraffatta. Sono certa del fallimento. Così mi sottraggo e mi aggrappo, simultaneamente. Ho bisogno della tua presenza, in casa mia, ma non voglio rivelarti il mio nascondiglio. Abbracciami. Non avvicinarti troppo. Decisi di raggiungere a piedi il Musée Picasso perché esponeva, su prestito del Metropolitan Museum di New York, il ritratto di Gertrude Stein dipinto da Picasso. È un quadro celebre. Sulla tela, Gertrude appare massiccia, il suo volto sembra una maschera Kabuki. Non le somiglia, ma non potrebbe essere che lei. Dopo novanta sedute di posa, Picasso ancora non riusciva ad azzeccarle la testa. Gertrude disse: "Cancella, e rifalla quando io non ci sono". Picasso seguì il consiglio, e Gertrude fu molto soddisfatta del risultato. Appese il quadro sopra la mensola del caminetto, e durante la Seconda guerra mondiale lei e Alice se lo portarono in campagna, dove avrebbero abitato per cinque anni, avvolto in un lenzuolo, nella loro vecchia Ford decapottabile. Gertrude disse a Picasso: "Dipingi quello che c'è davvero. Non ciò che vedi, ma quello che c'è davvero". Avrò mai un simile coraggio? Azzardarmi a guardare oltre gli schermi che mi proteggono dall'amore, invece che lasciarmi vincere dalla paura che mi costringe a troncare, a fuggire, o ad accontentarmi della versione diluita? Tutte cose che ho fatto in passato. E per il resto del tempo, mi dico che sono una donna indipendente che non dovrebbe limitarsi all'amore, o farsene limitare. Ma l'amore non ha limiti. È uno stato permanente, come l'universo. E tuttavia l'universo è lontano, tranne questo nostro pianeta, e l'amore non significa nulla se non lo stringiamo concretamente tra le dita. Dammi la mano. Al museo c'è una gita scolastica. I Picasso non li degnano di uno sguardo; si accalcano ridendo intorno a un iPhone. Poveretti, sono su Facebook, intenti a postare foto della gita. Fanno sesso continuamente perché fottere è la nuova frigidità. Basta guardare i loro profili su Facebook, così spavaldi, e infelici. L'oscenità del fattore F: Facebook, fottere, frigidi, finti. Gertrude Stein definì quella tra le due guerre "generazione perduta". Noi siamo la generazione dell'upgrade. Pretendiamo sempre l'ultimo modello: cellulare fidanzata macchina. Gertrude Stein detestava le virgole. È logico, quando macchina cellulare fidanzata sono la stessa cosa, sono intercambiabili. Perché accollarmi la fatica dell'amore, quando il mio oggetto d'amore è sostituibile? Gli uomini rottamano da sempre le loro donne, il femminismo non può farci nulla. Ma adesso le donne rottamano se stesse: nuovi seni, nuova faccia, nuovo corpo. Cosa ne sarà di quelle ragazzine che ridacchiano incantate dal loro iPhone? Sono la generazione dell'upload. Seguaci dello spietato dio del social network. Hanno fifa. F di fifa. In un mondo tanto desolato e guasto, che possibilità restano all'amore? Si è ridotto ai siti di appuntamenti online, bytes d'amore. A un flusso di pezzi di ricambio del corpo. Ma se anche tra noi dovrà finire, voglio avere la certezza che abbiamo dato abbastanza tempo all'amore. Ci vuole tempo per avvicinarsi a te. Gertrude Stein non permetteva a nessuno di metterle fretta, anche se non le piaceva aspettare gli altri. Il suo tempo le apparteneva. Aveva un grande barboncino bianco di nome Basket, e insieme giravano a piedi tutta Parigi. A volte Gertrude e Alice lo portavano fuori in macchina, e Alice entrava nei negozi - le piaceva fare compere - mentre Gertrude la aspettava fuori - lei preferiva così. Seduta nell'auto, prendeva appunti sul suo taccuino. Scriveva tutti i giorni, ma solo per mezz'ora. "Ci vuole un sacco di tempo per scrivere mezz'ora", diceva. Continuò a scrivere restando inedita per trent'anni. Poi, nel 1934, l'Autobiografia di Alice Toklas, finita in sei settimane, diventò uno straordinario bestseller. Gertrude e Alice si imbarcarono sulla SS Champion e salparono per New York. Alice si era comprata una pelliccia. Gertrude un cappello di pelle di leopardo. I loro abiti da viaggio erano firmati Pierre Balmain, a quel tempo appena un ragazzo. Quando approdarono a New York insieme al guardaroba nuovo, l'insegna luminosa di Times Square annunciò: gertrude stein è arrivata a new york. "Come se non lo sapessimo già", commentò Alice. I giornalisti presero d'assedio l'Algonquin Hotel. I venditori ambulanti di wurstel e pretzel osservavano la scena dall'altro lato della strada. Ambulante 1: Quella massiccia come un macigno è Gertrude Stein. Ambulante 2: Quella sottile come un cesello... Ambulante 1: ... è Alice B. Toklas. I flash dei fotografi lampeggiavano come davanti a due stelle del cinema. Reporter: Ehi, Miss Stein, perché non scrive come parla? (risate) Gertrude: Perché lei non legge come scrivo? Ridono tutti. Gertrude ama la fama. La fama ama Gertrude. Ambulante 2: E i mariti dove li hanno lasciati? Ambulante 1: Non ne hanno. (Fa scorrere un wurstel dentro a un pretzel, con un'espressione eloquente) Ambulante 2: (fischia tra i denti) Dici sul serio? Credevo fossero americane. Ambulante 1: Certo, ma hanno vissuto a Parigi. Vivere con te sarebbe il massimo del romanticismo. Io sono romantica, e questa è la mia linea di difesa contro l'amore mercificato. Non voglio comprarlo, ma nemmeno prenderlo in affitto. Vorrei trovare un modo perché i giorni con te siano davvero nostri. Vorrei portare qui i miei bagagli, e disfarli. Tu dici che ci porterebbe al fallimento, alla frustrazione, alla fine. Sempre quella oscena F. Io in questo caso preferisco la P di perdono. Nel 1946 Gertrude Stein fu ricoverata d'urgenza all'American Hospital di Neuilly. Le diagnosticarono un cancro allo stomaco. Appena pochi mesi prima, nel 1945 - a guerra finalmente finita - Gertrude e Alice erano tornate a Parigi, e avevano trovato il loro appartamento sotto sequestro della Gestapo. Argenteria e biancheria di casa erano state confiscate, e i quadri erano già imballati, pronti per essere trasferiti a una collezione tedesca; andava così, se eri ebreo. Alice ne rimase sconvolta, ma Gertrude insistette per riappendere il suo ritratto di Picasso sopra la mensola, accomodarsi sulle loro due poltrone, ai due lati del caminetto, e prendere il tè. "L'appartamento è ancora qui. Tu sei qui. Io sono qui", disse. In ospedale, i medici entrarono nella stanza. Le somministrarono l'anestesia. Le avevano sconsigliato di sottoporsi a un intervento, ma Gertrude non credeva nella morte - non nella sua, quantomeno. Non credeva nemmeno nell'aldilà. Non c'era luogo, altrove. Era tutto qui. Gertrude Stein esisteva al presente. Prese la mano di Alice, e disse: "Qual è la risposta?". Ma Alice piangeva, e si limitò a scrollare la testa. Gertrude scoppiò in una delle sue belle risate di cuore. "E allora, qual è la domanda?". La portarono via sulla barella. Alice seguì la sua amante, camminandole accanto come se non avesse fatto altro per tutta la vita. Gertrude non tornò più. La domanda è: come amiamo? È una domanda personale, da fare a quattr'occhi, intensa, privata, spaventosa, necessaria. È anche una domanda per il mondo, rabbiosa, respingente, esigente, difficile. L'amore non è sentimentale. L'amore non è la seconda scelta. Le donne dovranno alzare le braccia armate in difesa dell'amore. Prendimi tra le tue braccia. Non abbiamo altro luogo che questo?

Jeanette Winterson, Tutto quello che so di Gertrude Stein

Le nostre parole erano come mattoni, alberi, finestre, erba e cieli: ci servivano per costruire un regno. Ci vuole del tempo per farlo.

[...]

Penso che tua madre e io avremmo preferito morire piuttosto che finire le nostre parole e interrompere la costruzione del nostro regno. Lo volevamo infinito, così come pensavamo che la nostra vita sarebbe stata infinita. Ci raccoglievamo l'anima tra le mani - io la sua, lei la mia - e guardavamo un panorama sterminato; poi la rovesciavamo, e allora piano piano cominciava a cadere la neve. Eravamo commoventi come una palla di vetro con dentro l'amore.

Maurizio Maggiani, È stata una vertigine

"Non è già più un segreto" dici (il riferimento preciso? Due dita a destra della porta) "che esistono tra noi incredibili tratti di somiglianza. A volte li scorgo nelle lettere, sono come dei cavi elettrici, carichi di tensione e di pericolo. Ma tu sai che la somiglianza tra noi è anche in ciò che definisci "torbidi meandri dell'anima". E lì, con un'intensità che ancora non conoscevo, potrai forse capire perché voglio avvicinarmi a chi mi rimanda l'eco delle cose che meno amo di me stessa."

Non so. So molto poco. Non mi è facile ammetterlo qui, mentre tu sei spiegata di fronte a me. Le tue domande sono sempre più profonde delle mie risposte. E anche per quanto riguarda la frase sopracitata, forse è meglio che sia tu a spiegarmi perché. Ecco cos'hai detto, per esempio, quando eravamo fratello e sorella nelle file di prigionieri che si allontanavano: "...Vorrei conoscere i rivoli in cui scorrono i tuoi sentimenti e i tuoi istinti. Quelli visibili e quelli nascosti. Quelli irruenti e quelli tortuosi. Perché la sorgente da cui sgorgano, persino quella che ti ha condotto alla puttana, è ai miei occhi un luogo primordiale, una sorgente viva e preziosa, alla quale io anelo...".

David Grossman, Che tu sia per me il coltello

Dopo aver bevuto i mari ci stupisce
che le nostre labbra siano aride come le spiagge,
e di nuovo cerchiamo il mare per bagnarci, senza vedere
che le nostre labbra sono le spiagge e noi il mare.

Lì, come nelle tracce di tanti altri incontri, ci sono le prove della riconciliazione, lì la mano di Novalis coglie il fiore blu. Non parlo di studi, di ascesi metodiche, parlo di quella tacita intenzionalità che pervade il movimento totale di un poeta, che lo trasforma in ala di se stesso, in remo della propria barca, banderuola del proprio vento e che riconvalida il mondo a costo della discesa agli inferi della notte e dell'anima. Detesto il lettore che ha comprato il suo libro, lo spettatore che ha pagato per la sua poltrona, e che a partire da quel momento sfrutta il morbido cuscino del godimento edonista o dell'ammirazione per il genio.

Che cosa importava a Van Gogh della tua ammirazione? Voleva la tua complicità, che tu cercassi di guardare come stava guardando lui, con gli occhi scorticati da un fuoco eracliteo. Quando Saint-Exupéry sentiva che amarsi non è guardarsi reciprocamente negli occhi ma guardare insieme nella stessa direzione andava oltre l'amore di coppia perché l'amore, se è amore, va sempre oltre la coppia, e io sputo in faccia a chiunque venga a dirmi che ama Michelangelo o E.E. Cummings senza provarmi che almeno in un'ora estrema è stato quell'amore, è stato anche l'altro, ha guardato insieme a lui attraverso il suo sguardo e ha imparato a guardare come lui verso l'infinita apertura che aspetta e reclama.

Julio Cortázar, Il giro del giorno in ottanta mondi

Vado punto e a capo così
spegnerò le luci e da qui
sparirai
pochi attimi.
Oltre questa nebbia
oltre il temporale
c’è una notte lunga e limpida,
finirà.
Ma è la tenerezza
che ci fa paura.

Sei nell’anima
e lì ti lascio per sempre
sospeso
immobile
fermo immagine
un segno che non passa mai.

Vado punto e a capo vedrai
quel che resta indietro
non è tutto falso e inutile
capirai.
Lascio andare i giorni
tra certezze e sbagli
È una strada stretta stretta
fino a te.
Quanta tenerezza
non fa più paura

Sei nell’anima
e lì ti lascio per sempre
sei in ogni parte di me
ti sento scendere
fra respiro e battito.
Sei nell’anima.

Sei nell’anima,
in questo spazio indifeso.
Inizia
tutto con te
non ci serve un perchè
siamo carne e fiato.
Goccia a goccia, fianco a fianco.

Gianna Nannini, Sei nell'anima