Citazioni con argomento "Realtà"

Sapevo quel che era accaduto e allo stesso tempo mi sembrava privo di senso e ridicolo che fosse accaduto, quel che succede non succede del tutto fino a quando non viene scoperto, fino a quando non lo si dice e fino a quando non lo si sa, e nel frattempo è possibile la trasformazione dei fatti in puro pensiero e in puro ricordo, il loro lento viaggio verso l'irrealtà è cominciato nello stesso momento in cui si sono verificati; e il conforto dell'incertezza, che è a sua volta retrospettiva.

Javier Marías, Domani nella battaglia pensa a me

Sì, signora, è ovvio che nell'atto razionale della conoscenza non c'è perdita di identità; anzi, il soggetto si affretta a ridurre l'oggetto in termini che sia possibile categorizzare e pietrificare, in cerca di una semplificazione logica a misura di sé (il commissario la trasferirà nella semplificazione ideologica, morale, ecc. che permette ai proseliti di dormire in pace). La condotta logica dell'uomo tende sempre a difendere la persona del soggetto, a far sì che l'uomo si trinceri davanti all'irruzione osmotica della realtà, sia l'antagonista del mondo per eccellenza, visto che se è ossessionato dalla conoscenza lo è sempre un po' per ostilità, per paura di confondersi. Invece, come vede, il poeta rinuncia a difendersi. Rinuncia a mantenere un'identità nell'atto della conoscenza proprio perché il segno inconfondibile, la voglia a forma di trifoglio sotto il capezzolo dei racconti di fate, gli è dato precocemente dal fatto di sentirsi un altro a ogni passo, di uscire con tanta facilità da se stesso per entrare nelle entità che lo assorbono ed estraniarsi nell'oggetto da cantare, nella materia fisica o morale la cui combustione lirica darà luogo alla poesia. Assetato di essere, il poeta non smette mai di protendersi verso la realtà cercando con l'arpione infaticabile della poesia una realtà sempre più profonda, più reale. Il suo potere è strumento di possesso, ma al contempo e ineffabilmente è desiderio di aspirazione al possesso; come una rete che pescasse per se stessa, un amo che fosse anche bramosia di pesca. Essere poeta è desiderare, ma soprattutto ottenere, nell'esatta misura in cui si desidera. Da qui le diverse stature di poeti e poetiche; c'è chi si accontenta del godimento estetico del verbo e procede nella misura corrispondente al proprio impulso a possedere; c'è chi irrompe nella realtà come un predatore di essenze e proprio per questo trova in sé lo strumento lirico che gli permetterà di strappare a quanto è altro una risposta che lo faccia diventare suo, lo renda suo, e dunque nostro; esempi come le Elegie duinesi o Piedra de sol infrangono per sempre la falsa barriera kantiana fra il limite della nostra pelle spirituale e il gran corpo cosmico, la vera patria. Guardi, signora, l'esperienza umana non basta a fare un poeta, ma lo rende più grande quando è vissuta parallelamente alla condizione di poeta e quando il poeta capisce la particolare relazione secondo cui deve articolarle. Tocchiamo qui la radice dell'equivoco romantico alla Espronceda o alla Lamartine, il fatto di credere che la condizione poetica debba essere soggetta all'esperienza personale (esperienza del sentimento e delle passioni, esperienza degli imperativi morali e sociali) anziché essere queste ultime, arricchite e purificate da un'intuizione poetica del mondo, ad agire in funzione di stimoli del verbo e a proiettarlo al di fuori del mero ambito personale affinchè diventi poesia e, proprio per questo, autentica opera umana. Perché in Keats, uomo dalla personalità inequivocabilmente definita sul piano morale e intellettuale, c'è un'apparente contraddizione fra l'"umanità" personale e il tono mai aneddotico, mai "impegnato" dell'opera? A che cosa obbedisce quell'infaticabile sostituire se stesso con diversi oggetti poetici, quel negarsi a essere presente come persona nella poesia?

Signora (e questo lo scriveremo a caratteri cubitali sulla porta del commissariato), proprio qui sta la chiara soluzione del problema. Solo i deboli tendono a enfatizzare l'impegno personale della propria opera, a ricercare un'autoesaltazione compensatoria nel campo in cui le loro attitudini letterarie li fanno sentire per un momento forti, solidi e dalla parte giusta. Molte volte si è autobiografici o panegiristi (le poesie all'eroe-io o all'eroe politico del momento, non importa) come in altri campi si è razzisti: per debolezza, per un vergognoso senso di inferiorità. Perché abbondare in esempi presenti in tutte le memorie, in poesie che oggi tanti celebri signori vorrebbero eliminare dalle loro opere complete? L'intima sicurezza che Keats ha della sua pienezza interiore, fiducia nella sua intrinseca umanità spirituale ("It takes more than manliness to make a man" diceva D.H. Lawrence, che di queste cose se ne intendeva) lo liberano tanto dal narcisismo confessionale alla Musset quanto dall'ode al liberatore o al tiranno. Di fronte ai commissari che esigono un impegno tangibile, il poeta sa di potersi immergere nella realtà senza parole d'ordine, sa lasciarsi prendere o essere lui a prendere con la sovrana libertà di chi possiede le chiavi del ritorno, la sicurezza di rimanere semppre lì ad aspettare se stesso, con i piedi ben piantati per terra, portaerei che attende senza timore il ritorno dei suoi sciami esploratori.

Julio Cortázar, Il giro del giorno in ottanta mondi

Molte notizie provengono dal cuore, l’accumulo è esorbitante, ma l’età non c’entra.

C’è, esterrefatto, uno speciale amore per la vita, come un big bang, un sentimento nascente, allo stato natura, quasi cinico nel senso esatto che intendeva Diogene.

C’è un crescente rifiuto per il plateale, il “pubblico”, l’immagine di me proiettata fuori a “sons et lumieres”, sinceramente sempre più insopportabili.

C’è un rifiuto fino al vomito per gli “universali” conclamati, per le leggi uguali per tutti, per l’idea somma che coincida con la somma delle idee che invece è sempre una differenza.

C’è un “arimortis”: una cosa è la democrazia un’altra la demolatria. Non è vero che possono parlare tutti: che gli stupidi tacciano, che gli stereotipi siano banditi, che non si riassuma più in termini di sopravvivenza personale il mistero sociale, l’irrompere di nuove culture. Che si metta un tassametro alle parole e alle paure. Le piccole solitudini che difendono i piccoli guadagni accumulati dai latrocini impuniti di padri bottegai mi fan vomitare. Io sono per le grandi solitudini. In una grande solitudine si parla con il mondo intero.

C’è un avvertimento di impotenza. Comunque mi muova, comunque mi agiti non è più quel tempo, o l’inizio di un tempo: siamo a metà o a tre quarti, o capovolti o fermi a ruote che slittano nel fango.

C’è che le idee sono più grandi degli uomini: che gli uomini, tutti gli uomini muovono le loro azioni per sè, per il loro piccolo clan, club, entourage, mafia, mafietta. Nessuno più, né da destra, né da sinistra (o forse nessuno mai?) cerca l’uomo ideale, la società ideale, di là del proprio interesse personale.

C’è il quadrato di difesa eretto a baluardo, perché gli indiani (o i messicani, o i barbari, o comunque gli altri) sono tanti e imbattibili. Nel quadrato si scrive poesia, si legge poesia, tutta la poesia possibile che sia d’immagini, suoni, parole o simboli.

C’è anche paura di aver cercato troppa poesia e di aver illuso qualcuno.

C’è paura di essere colpevole di utopia e sogni, essudati, insegnati ai figli, ai ragazzi, agli uomini come lezione di vita, quando la vita è poi ben altra cosa: paura di aver creato piedistalli fragili, nervi indifesi, menti e cuori impreparati al vero.

C’è silenzio, a volte come una magia positiva, come se il silenzio riassumesse tutti i suoni possibili al pari del bianco per i colori; a volte come oppressione insostenibile da lacerare subito con un urlo espressionista: chi lo sente, in casa mia c’è ormai abituato, ma se capita l’impellenza al bar o sul metrò, devo uscir subito, scappare.

C’è amore. Amo a distesa, amo a perdita d’occhio: ho invertito i poli, capito la sofferenza come guadagno, una sorta di interesse su un capitale infinito. Amo i miei, amo chi non può spiegarsi, amo chi naviga in vera coerenza, amo chi ride, chi ha riverenza del bello del comico, del tragico, chi non si erge, chi non fa chiasso, chi agisce per istinto, chi ama di là dei soldi, della presunzione, della sciatteria dei “media”, della paura di dio.

Molte notizie provengono dal cuore, altre verranno. Io ascolto, ascolto continuamente, e so che Omero è nuovo ogni mattina e niente è così vecchio come il giornale, ogni mattina.

Roberto Vecchioni, intervento in SuperGuida

Quelle tre settimane in Francia furono indubbiamente le più felici della mia vita, e tutte le cose belle che le caratterizzarono sono cristallizzate in questa foto, e nella canzone Bailero, che non manca mai di evocare le immagini di quel lago, e quel prato, dove restammo sdraiate per tutto il pomeriggio, nell'erba alta tra i fiori selvatici, mentre Thea giocava sulla riva. Non c'è niente che si possa dire, immagino, di una felicità perfetta, impeccabile e senza ombre; niente, salvo la certezza che dovrà finire. Al calar della sera, l'aria non divenne più fresca, ma più densa e umida. Avevamo bevuto del vino, e mi sentivo la testa pesante, intorpidita. Credo di essermi addormentata e, quando mi svegliai, vidi che Rebecca era ancora sdraiata accanto a me ma aveva gli occhi aperti, e c'era un movimento veloce dietro il suo sguardo, come se stesse seguendo una rapida catena di pensieri intimi. Quando le chiesi se andava tutto bene, si girò e mi sorrise, il suo sguardo si addolcì e mi sussurrò parole rassicuranti. Mi baciò, poi si alzò e scese verso la riva dove Thea stava raccogliendo sassolini sistemandoli in pile secondo un sistema eccentrico tutto suo.

Andai a raggiungerle, ma Rebecca non si girò quando sentì i miei passi sui ciottoli. Si schermò gli occhi, guardò le montagne e disse: "Guarda quelle nuvole. Ci sarà un bel temporale se vengono da questa parte". Thea sentì l'osservazione: era sempre molto rapida nel notare i cambiamenti d'umore - restavo sorpresa, ogni volta, nell'accorgermi di quanto fosse sensibile, pronta a recepire gli stati d'animo degli adulti. "Per questo hai l'aria triste?" si sentì in dovere di chiedere. Rebecca si girò. "Chi, io? No, non mi dispiace la pioggia estiva. Anzi, mi piace. È il tipo che preferisco." "Il tuo tipo di pioggia preferito?" disse Thea. Ricordo che aveva la fronte aggrottata, mentre rifletteva su queste parole, poi annunciò: "Be', a me piace la pioggia prima che cada". Rebecca sorrise della trovata, ma io (in modo molto pedante, suppongo) dissi: "Però prima che cada non è proprio pioggia, tesoro". "E allora cos'è?" disse Thea. E io spiegai: "È solo umidità. Umidità nelle nuvole". Thea abbassò gli occhi e si concentrò, ancora una volta, a scegliere i ciottoli sulla spiaggia: ne raccolse due e prese a batterli uno contro l'altro. Il suono sembrava darle piacere. Non mi arresi: "Sai, Thea, non esiste una cosa come la pioggia prima che cada. Deve cadere, altrimenti non è pioggia". Era un principio stupido su cui insistere con una bambina, e mi pentii di aver cominciato. Ma Thea sembrava non avere alcuna difficoltà ad afferrarlo, semmai il contrario - perché dopo qualche minuto mi guardò e scosse la testa con aria di commiserazione, come se stesse mettendo a dura prova la sua pazienza dover discutere di questioni del genere con una ritardata. "Certo che non esiste una cosa così," disse. "È proprio per questo che è la mia preferita. Qualcosa può ben farti felice, no? Anche se non è reale." Poi corse verso l'acqua, con un gran sorriso, felice che la sua logica avesse riportato una vittoria così sfacciata.

Jonathan Coe, La pioggia prima che cada

Il poeta è un fingitore
finge così completamente
da fingere che sia dolore
il dolore che davvero sente.

Fernando Pessoa