Citazioni con argomento "Bambini"

Un bel po' in là nel tempo, quando ancora era piccolo, piccolo quanto la bambina che ama, e suppergiù con gli stessi anni di lei. Allora era anche lui un bambino che coltivava un suo recondito disegno, un bambino a cui non dispiaceva giocare nella penombra e parlare sottovoce di cose segrete ai suoi cavallini. Che forse non erano cavallini, ma più probabilmente aeroplani e navi. Pensava e sentiva cose che crescevano dentro di lui in modo misterioso, forse la notte, o quando, durante il giorno, sognava. Quelle cose non sapeva dirle a nessun altro se non ai suoi aeroplanini. E se capitava a volte che provasse a dirlo a qualcuno, per amore, per paura, per vanto, uscivano fuori sotto forma di parole attorcigliate che lo facevano sentire prigioniero e solo.

Per questo motivo qualche volta piangeva. Piangeva per l'enorme sforzo che faceva, per la disperante frustrazione che ne ricavava. E siccome detestava infastidire chicchessia con le proprie lacrime, asciugava il suo pianto bevendolo. Voleva che tornasse giù da dove era venuto; voleva che nessuno fosse rattristato dalla sua tristezza. Gli era giunta voce che era molto difficile che i bambini tristi potessero essere amati.
Se qualcuno lo sorprendeva a bere le proprie lacrime, allora si sforzava di spiegare che gli sembravano zuccherate, che erano buone. Diceva che erano goccioline di zucchero. E nessuno trovava da ridire.
Invece sono salate, riconosce l'uomo, tali e quali a quelle di una volta.

Maurizio Maggiani, È stata una vertigine

Dimmi se ti può bastare. Non dico saziarti, riempirti la vita e colmarti il destino. Dico: bastarti per tirare avanti senza ammalarti di abbandono. Forse, ma solo a essere degli eroi, degli eroici anacoreti gonfi di santità. Che non è il caso del qui presente. Il quale si sarebbe ammalato di certo, e forse peggio che ammalato, se non fosse arrivata la vertigine.
La vertigine tra me e lei. Giù in strada nel circo che adesso abbiamo aperto. Il nostro circo, il nostro numero, la nostra vertigine; la leggendaria quarta dimensione dove lei c'è per sempre, e io sono sempre per lei e lei per me. Tra quaggiù e lassù, tra l'asfalto di via Oberdan - che il comune non ha ancora messo a posto anche se è venuto il sindaco in persona a vedere quanto fa schifo - e il cielo infinito sopra l'asfalto.

Abbiamo imparato tutti e due assieme. Non c'è stato m momento che io lo sapevo fare e lei no, e nemmeno il contrario; lo sappiamo fare solo io e lei e l'uno senza l'altra fa farebbe bene a non provarcisi neppure. È stata una cosa così improvvisa che adesso non ricordo nemmeno con precisione come è successo e quando è cominciata. E sono tre mesi sì e no che lo facciamo. Non più in là di aprile di sicuro, perché mi ricordo come era azzurro pazzo il cielo e come nevicavano petali dalle acacie della erosa, e io ero felice di quella bellezza e anche triste, e non so il perché. Può essere successo un giorno che siamo usciti di casa, che sono riuscito a farla uscire di casa con me; forse è stato per andare a fare una scampagnata di fiori.

[...]

Forse eravamo usciti per fiori e aprile impazzava di blu. Io allora l'ho presa per la vita e l'ho lanciata nel cielo. Se mi avesse visto sua madre ora non starei qui a raccontarla. Ma lei non ha gridato aiuto o che altro: ha semplicemente preso il volo, e di quel volo non ha avuto proprio nessuna paura. Lei è volata su nel cielo e alla fine del suo volo si è posata sulle mie spalle, a cavallina, a gigiò, come diciamo noi. Silenziosa. E sorrideva con i denti conigli, tale e quale fosse appena discesa dai suoi sogni.
Adesso che abbiamo il nostro circo, lei, prima di posarsi sulle mie spalle, riesce a fare il salto mortale. A volte scende fino a terra, e allora fa un salto mortale e mezzo.

Dio, è così magrolina, così minuta, così scricchiolina, come fai a star tranquillo che non si faccia male? Mai di sicuro, anche se la so a memoria, anche se posso prenderla a occhi chiusi; e il guaio è che se per caso vedo che li chiude lei, lo faccio subito anch'io. Sì, lo faccio, e non tremo e non prego, e che Dio mi aiuti se dovessi sbagliare una volta sola. Ma farlo da ciechi è una cosa che ci fa impazzire.
A me e a lei, splendente come l'oro.
A noi non importa vedere, perché il nostro spettacolo ce lo abbiamo nella quarta dimensione che è qui dentro, e quello che guardiamo ci distrae soltanto, e alla fine lei è meno leggera e io meno potente. A noi due ci importa solo che lei voli alta sopra la mia testa e che scenda giù a terra lieve come un angelo; quello che conta è che io sia il suo motore silenzioso e fidato, e che tutti quelli che sono lì a guardare rimangano a bocca aperta per il mozzafiato. Per fortuna fino ad adesso non è ancora successo niente.

Maurizio Maggiani, È stata una vertigine

Si impone qualche precisazione ontologica.
Fino a quattordici anni, ho diviso l'umanità in tre categorie: donne, bambine e ridicoli.
Tutte le altre differenze mi sembravano aneddotiche: ricchi o poveri, Cinesi o Brasiliani (a parte i Tedeschi), padroni o schiavi, belli o brutti, adulti o vecchi, quelle distinzioni erano sì importanti, ma non influivano sull'essenza individuale.
Le donne erano persone indispensabili. Preparavano da mangiare, vestivano i figli, insegnavano loro ad allacciarsi le scarpe pulivano, fabbricavano dei bambini con la pancia, indossavano vestiti interessanti.
I ridicoli non servivano a niente. La mattina i ridicoli grandi andavano in "ufficio", che era una scuola per adulti, cioè un posto inutile. La sera vedevano gli amici, attività poco onorevole di cui ho parlato sopra.
In realtà i ridicoli adulti erano rimasti molto simili ai ridicoli bambini, con una differenza non trascurabile: loro avevano perso il bene dell'infanzia. Ma le loro funzioni non cambiavano granché, e il loro fisico nemmeno.
In compenso c'era un'enorme differenza fra le donne e le bambine. Innanzitutto non erano dello stesso sesso, bastava guardarle per rendersene conto. E poi il loro ruolo cambiava moltissimo in base all'età: passavano dall'inutilità dell'infanzia all'utilità primordiale delle donne, mentre i ridicoli rimanevano inutili tutta la vita.
I soli ridicoli adulti che servivano a qualcosa erano quelli che imitavano le donne: i cuochi, i commessi, gli insegnanti, i medici e gli operai.
Infatti questi mestieri erano in primo luogo femminili, soprattutto l'ultimo: negli innumerevoli manifesti di propaganda che costellavano la Città dei Ventilatori, gli operai non mancavano mai di essere operaie allegre e paffute. Erano così felici di riparare tralicci che avevano il colorito rosa.
La campagna confermava le verità urbane: i cartelloni mostravano solo contadine vispe e ardite mentre in estasi legavano covoni.
I ridicoli adulti servivano soprattutto ai mestieri di simulazione. Per esempio i soldati cinesi che circondavano il ghetto facevano finta di essere pericolosi ma non uccidevano nessuno.
I ridicoli mi erano simpatici, soprattutto perché il loro destino mi sembrava tragico: loro nascevano ridicoli. E alla nascita avevano fra le gambe quella cosa grottesca di cui erano così pateticamente orgogliosi, il che li rendeva ancora più ridicoli.
Spesso i bambini mi facevano vedere quell'oggetto, il che sortiva immancabilmente l'effetto di farmi ridere fino alle lacrime. Questa reazione li lasciava perplessi.
Un giorno non riuscii a fare a meno di dire a uno di loro con una delicatezza sincera:
-Poverino!
- Perché? - chiese lui sbalordito.
- Deve essere fastidioso.
-No- assicurò lui.
- Ma sì; infatti quando vi danno una botta lì...
- Però è più pratico.
-Eh?
- Si può fare pipì in piedi.
- E con ciò?
- È meglio.
- Ah davvero?

Amélie Nothomb, Sabotaggio d'amore

A Sarajevo la chiamano the snipers' road, la strada dei cecchini. La si vede percorrere per raggiungere l'ospedale, lo stesso dove vengono portate, il più delle volte inutilmente, le loro vittime.
L'ultimo arrivato è un bambino biondo, cebtrato in piena fronte da una pallottola. Il sangue non cola più, impregna i capelli, ormai coagulato e quasi congelato per il gran freddo. Stava giocando sulla neve, a meno di un chilometro dall'ospedale, risaliva un piccolo dosso trascinandosi dietro una tavola di legno e poi giù, strillando di allegria su quella slitta improvvisata.

Un colpo, e il bambino è morto.
In guerra si uccide, perché la guerra la si fa contro qualcuno. Contro il nemico, per quel che rappresenta o per quel che possiede, si usano cannoni e si bombarda.

Ma quella del cecchino è una guerra strana. Il suo lavoro non produce centinaia di vittime, la sua arma è semplice, un fucile di precisione: un colpo, un morto.
C'è qualcosa, nella guerra del cecchino, che fa più orrore delle bombe.
Attraverso il binocolo del fucile, il bambino biondo lo si può vedere grande grande, come se fosse lì accanto. Lo si può veder giocare, fare smorfie nel rotolarsi sulla neve fresca.

È lui il nemico, anche se la sola arma è quel pezzo di legno che usa come slitta. Il binocolo non inquadra eserciti minacciosi che avanzano, solo la faccia di un bambino come fosse in fototessera. Non lo sa, il nemico, di essere osservato, non sa che la sua fronte lentamente si muove fino a coprire il centro della croce del binocolo del cecchino.

E forse sorride, mentre viene premuto il grilletto.
In inglese, the snipe è la beccaccia. E il verbo to snipe significa "sparare da una posizione nascosta", proprio come si fa con le beccacce. Ma come si fa a uccidere, se la beccaccia ti sta sorridendo?

Un cecchino di Sarajevo si lascia intervistare in una stanza quasi buia. Mi sembra incredibile: è una donna. Una donna che spara a un bambino di sei anni? Perché?
"Tra vent'anni ne avrebbe avuti ventisei", è la risposta che l'interprete traduce.

Il freddo diventa più intenso, fa freddo dentro. L'intervista finisce lì, non c'è altra domanda possibile.

Gino Strada, Pappagalli verdi

Un vecchio afgano con i sandali rotti e infangati, e il turbante con la coda che scendeva fino alla cintura, stava accanto al figlio di sei anni nel pronto soccorso dell'ospedale di Quetta.

Il bambino si chiamava Khalil e aveva il volto e le mani, o quel che ne restava, coperti da abbondanti fasciature. Stava sdraiato, immobile, la camicia annerita dall'esplosione. Qualcuno aveva strappato una manica e ne aveva fatto un laccio, legato stretto sul braccio destro per fermare l'emorragia.
"È stato ferito da una mina giocattolo, quelle che i russi tirano sui nostri villaggi" disse Mubarak, l'infermiere che faceva anche da interprete, avvicinandosi con un catino di acqua e una spugna.

Non ci credo, è solo propaganda, ho pensato, osservando Mubarak che tagliava i vestiti e iniziava a lavare il torace del bambino, sfregando energicamente come se stesse strigliando un cavallo. Non si è neanche mosso, il bambino, non un lamento.
In sala operatoria ho tolto le bende: la mano destra non c'era più, sostituita da un'orrenda poltiglia simile a un cavolfiore bruciacchiato, tre dita della sinistra completamente spappolate.
Avrà preso in mano una granata, mi sono detto.

Sarebbero passati solo tre giorni, prima di ricevere in ospedale un caso analogo, ancora un bambino. Al''uscita dalla sala operatoria Mubarak mi mostra un frammento di plastica verde scuro, bruciacchiato dall'esplosione.
"Guarda, questo è un pezzo di mina giocattolo, l'hanno raccolto sul luogo dell'esplosione. I nostri vecchi le chiamano pappagalli verdi..." e si mette a disegnare la forma della mina: dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro. sembra una farfalla più che un pappagallo, adesso posso collocare come in un puzzle il pezzo di plastica che ho in mano, è l'estremità dell'ala. "...Vengono giù a migliaia, lanciate dagli elicotteri a bassa quota. Chiedi ad Abdullah, l'autista dell'ospedale, uno dei bambini di suo fratello ne ha raccolta una l'anno scorso, ha perso due dita ed è rimasto cieco."

Mine giocattolo, studiate per mutilare bambini. Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire...

Tre anni dopo ero in Perù. Quando me ne andai da Ayacucho, dopo mesi passati a organizzare il reparto di chirurgia, un amico peruviano, artista e poeta, mi ha regalato un retablo, una specie di presepe in gesso. Una scena di violenza e di lotta per il diritto alla terra.
Intorno alle figurine di contadini incatenati, trascinati via da militari con il passamontagna, tante spighe di grano, molto alte, dorate.

Sopra le spighe stormi di loros, pappagalli verdi col becco adunco e gli occhi rapaci. "Per i contadini di qui - mi disse Nestor spiegandomi il retablo - i pappagalli simboleggiano la violenza dei militari, hanno lo stesso colore delle loro uniformi. Arrivano, si prendono il raccolto, spesso uccidono, e se ne vanno via."
Nestor mi raccontava la misera vita della gente di quella regione andina, le sofferenze e la rassegnazione, e la violenza sistematica. Allora gli ho detto di altri pappagalli verdi, che avevo conosciuto in Afghanistan.

Mine antiuomo di fabbricazione russa, modello PFM-1. Gli ho spiegato che le gettano sui villaggi, come se fossero volantini pubblicitari che invitano a non perdere lo spettacolo domnicale del circo equestre.
E ho visto i suoi occhi increduli, come erano stati i miei, e le labbra aprirsi un poco in segno di sorpresa.

La forma della mina, con le due ali laterali, serve a a frla volteggiare meglio. In altre parole, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano proprio come i volantini, si sparpagliano qua e là su un territorio molto più vasto. Sono fatte così per una ragione puramente tecnica - affermano i militari - non è corretto chiamarle mine giocattolo.
Ma a me non è mai successo, tra gli sventurati feriti da queste mine che mi è capitato di operare, di trovarne uno adulto. Neanche uno, in più di dieci anni, tutti rigorosamente bambini.

La mina non scoppia subito, spesso non si attiva se la si calpesta. Ci vuole un po' di tempo - funziona, come dicono i manuali, per accumulo successivo di pressione. Bisogna prenderla, maneggiarla ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi la raccoglie, insomma, può portarsela a casa, mostrarla nel cortile agli amici incuriositi, che se la passano di mano in mano, ci giocano.
Poi esploderà. E qualcun altro farà la fine di Khalil.

Amputazione traumatica di una o entrambe le mani, una vampata ustionante su tutto il torace e, molto spesso, la cecità. Insoportabile.
Ho visto troppo spesso bambini che si risvegliano dall'intervento chirurgico e si ritrovano senza una gamba, o senza un braccio. Hanno momenti di disperazione, poi, incredibilmente, si riprendono. Ma niente è insoppportabile, per loro, come svegliarsi nel buio.
I pappagalli verdi li trascinano nel buio, per sempre.

Dicevo queste cose a Nestor, seduti nel suo laboratorio pieno di quadri e sculture, e di figurine in gesso da colorare. Discorrevamo di guerra e violenza, di repressione e libertà, di diritti umani. Che cosa spinge la mente umana a immaginare, a programmare la violenza?
Mentre mi parlava delle tragedie della sua terra, del massacro dei contadini di Huanta che chiedevano solo che i loro figli potessero andare a scuola, avvertivo nelle sue parole, mescolate a un atavico pessimismo, la rabbia soffocata, il desiderio di ribellione.

Ma poi, inevitabilmente, il suo pensiero tornava ai pappagalli verdi, a quelli che scendevano dal cielo nel lontano Afghanistan. E allora Nestor scuoteva la testa, e la rabbia lasciava il posto alla tristezza, quella che riempie la mente quando non c'è più la possibilità di capire, quando è svanita la ragione ed è solo follia.

Così abbiamo immaginato - sapendo che era tutto maledettamente vero - un ingegnere efficiente e creativo, seduto alla scrivania a fare bozzetti, a disegnare la forma della PFM-1. E poi un chimico, a decidere i dettagli tecnici del meccanismo esplosivo, e infine un generale compiaciuto del progetto, e un politico che lo approva, e operai in un'officina che ne producono a migliaia, ogni giorno.

Non sono fantasmi, purtroppo, sono esseri umani: hanno una faccia come la nostra, una famiglia come ce l'abbiamo noi, dei figli. E probabilmente li accompagnano a scuola la mattina, li prendono per mano mentre attraversano la strada, ché non vadano nei pericoli, li ammoniscono a non farsi avvicinare da estranei, a non accettare caramelle o giocattoli da sconosciuti...
Poi se ne vanno in ufficio, a riprendere diligentemente il proprio lavoro, per essere sicuri che le mine funzionino a dovere, che altri bambini non si accorgano del trucco, che le raccolgano in tanti. Più bambini mutilati e ciechi, più il nemico è sconfitto, punito, umiliato.

E tutto ciò avviene dalle nostre parti, nel mondo civile, tra banche e grattacieli. Al confronto anche i loros, verdi pappagalli che infestano le Ande, sembrano meno feroci, verrebbe da dire più umani.

Non ho più saputo nulla di Mubarak, da sette anni. Ho incontrato molti Khalil in giro per il mondo, l'ultimo si chiama Thassim.
Non è afgano, è un ragazzo curdo di quindici anni, è cieco e senza mani. L'ho operato due settimane fa, uno strano intervento chirurgico che trasforma gli avambracci e li rende simili alle chele di un granchio, o a bastoncini cinesi, perché possa afferrare oggetti, mangiare da solo, fumarsi una sigaretta. Gli stiamo insegnando ad adattarsi alla nuova forma del suo corpo, a usare al meglio quel che è rimasto.

Thassim ha raccolto la sua mina, il suo maledetto pappagallo verde, vicino a Mawat, un villaggio di montagna circondato da boschi di quesrce, rese ancora più maestose dalla prima neve di novembre.
Lo guardo mentre cerca, per ora senza successo, di portarsi un cucchiaio alla bocca senza rovesciare la zuppa. È stanco, e un poco frustrato, per oggi non vuole più saperne di fare esercizi.

Gino Strada, Pappagalli verdi