Citazioni con argomento "Mistero"

Alcune bellezze saltano agli occhi e altre sono geroglifici: ci si mette del tempo a decifrare il loro splendore ma, quando ormai è evidente, è più bello della bellezza stessa.

Amélie Nothomb, Diario di rondine

Di quasi nulla resta traccia, i pensieri e i gesti fugaci, i progetti e i desideri, il dubbio segreto, i sogni, la crudeltà e l'insulto, le parole dette e ascoltate e poi negate o fraintese o travisate, le promesse fatte e non tenute in conto, neppure da coloro a cui sono state fatte, tutto si dimentica o si estingue, ciò che si fa da soli e di cui non si prende nota e anche quasi tutto ciò che non è solitario ma in compagnia, quanto poco rimane di ogni individuo, di quanto poco vi è testimonianza, e di quel poco che rimane tanto si tace, e di quello che non si tace si ricorda dopo soltanto una parte minima, e per poco tempo, la memoria individuale non si trasmette e non interessa chi la riceve, il quale plasma e possiede la sua propria memoria. Tutto il tempo è inutile, non soltanto quello del bambino, o tutto è come il suo, quanto avviene, quanto entusiasma o fa male nel tempo si coglie soltanto per un istante, poi si perde e tutto è sdrucciolevole come la neve compatta e come è per il bambino il suo sonno di adesso, di questo stesso istante. Tutto è per tutti come per lui sono io adesso, una figura quasi sconosciuta che lo osserva dalla soglia della sua porta senza che lui se ne accorga né possa mai saperlo né possa perciò ricordarsene, tutt'e due in viaggio verso il nostro lento sfumare. È tanto di più ciò che avviene alle nostre spalle, la nostra capacità di conoscenza è minima, già quello che si trova al di là di un muro non riusciamo a vederlo, o ciò che è lontano, è sufficiente che qualcuno si allontani di qualche passo perché non sentiamo più ciò che sta dicendo, e può darsi che così ci rimettiamo la vita, è sufficiente che non abbiamo letto un libro per non conoscere l'avvertimento principale, non possiamo stare altro che in un posto in ciascun momento e anche allora spesso ignoriamo chi sono quelli che ci osserveranno e penseranno a noi, chi è sul punto di comporre il nostro numero, chi sul punto di scriverci, chi sul punto di venirci a cercare, chi sul punto di condannarci o di assassinarci e così porre fine ai nostri scarsi e malvagi giorni, chi sul punto di gettarci nel rovescio del tempo o nella sua nera schiena, come penso e come osservo io questo bambino sapendo più di lui, più di quanto lui saprà mai su ciò che è stato questa notte. Io devo essere questo, il rovescio del suo tempo, la nera schiena...

Javier Marías, Domani nella battaglia pensa a me

Per colmo di crudeltà, la neve.
La neve, che poteva pure essere brutta e grigia come la Città dei Ventilatori, era comunque la neve.
La neve, in cui i miei brancolamenti analfabeti avevano riconosciuto l'immagine per eccellenza dell'amore, il che non era certo arbitrario.
La neve, tutt'altro che innocente nella sua candida beatitudine.
La neve, in cui leggevo domande che mi facevano venire prima caldo e poi freddo.
La neve, sporca e dura, che finivo per mangiare nella speranza, vana, di trovarvi una risposta.
La neve, acqua esplosa, sabbia di ghiaccio, sale non della terra ma del ciclo, sale non salato, dal sapore di silice, dalla grana di gemma tritata, dal profumo di freddo, pigmento del bianco, solo colore che cade dalle nuvole.
La neve che ammortizza tutto - i rumori, le cadute, il tempo - per meglio esaltare le cose eterne e immutabili, come il sangue, la luce, le illusioni.
La neve, prima carta della Storia, su cui furono scritte tante tracce di passi, tanti inseguimenti spietati, la neve che fu dunque il primo genere letterario, immenso libro raso terra dove si parlava solo di piste di caccia e dell'itinerario del nemico, sorta di epopea geografica che dava al minimo segno il peso di un enigma - quel piede era quello di un fratello o di chi aveva ucciso quel fratello?
Di questo libro chilometrico e incompiuto, che potrebbe intitolarsi Il più vasto libro del mondo, non c'è rimasto un solo frammento - il contrario della biblioteca di Alessandria: tutti i testi si sono sciolti. Ma in noi deve essere rimasta una reminiscenza remota, una sorta di angoscia della pagina bianca che mette una voglia terribile di calcare gli spazi ancora vergini, e istinto di esegeta appena si incrocia una traccia altrui.
In fin dei conti è la neve che ha inventato il mistero. Per la stessa ragione che è sempre lei ad aver inventato la poesia, il disegno, il punto interrogativo - e quel gran gioco di tracce che è l'amore.
La neve, falso sudario, grande ideogramma vuoto in cui decrittavo l'infinito delle sensazioni che volevo offrire alla mia amata.

Amélie Nothomb, Sabotaggio d'amore

"Non è già più un segreto" dici (il riferimento preciso? Due dita a destra della porta) "che esistono tra noi incredibili tratti di somiglianza. A volte li scorgo nelle lettere, sono come dei cavi elettrici, carichi di tensione e di pericolo. Ma tu sai che la somiglianza tra noi è anche in ciò che definisci "torbidi meandri dell'anima". E lì, con un'intensità che ancora non conoscevo, potrai forse capire perché voglio avvicinarmi a chi mi rimanda l'eco delle cose che meno amo di me stessa."

Non so. So molto poco. Non mi è facile ammetterlo qui, mentre tu sei spiegata di fronte a me. Le tue domande sono sempre più profonde delle mie risposte. E anche per quanto riguarda la frase sopracitata, forse è meglio che sia tu a spiegarmi perché. Ecco cos'hai detto, per esempio, quando eravamo fratello e sorella nelle file di prigionieri che si allontanavano: "...Vorrei conoscere i rivoli in cui scorrono i tuoi sentimenti e i tuoi istinti. Quelli visibili e quelli nascosti. Quelli irruenti e quelli tortuosi. Perché la sorgente da cui sgorgano, persino quella che ti ha condotto alla puttana, è ai miei occhi un luogo primordiale, una sorgente viva e preziosa, alla quale io anelo...".

David Grossman, Che tu sia per me il coltello

Quello che intendo dire è che, se solo potessi raccogliere un po' di quelle briciole dell'anima, forse potrei comporle in un mosaico completo e capirei finalmente qualcosa, il principio che mi mantiene unito, non credi? Sto parlando di cose che non hanno nome, cose che nel corso della vita si accumulano sul fondo dell'anima, sedimenti e strati di terriccio.

Se mi chiedessi di descriverteli, non saprei da che parte cominciare, non avrei le parole adatte. Solo una stretta al cuore, un'ombra passeggera, un sospiro. Qualcuno si stringe nelle braccia in un gruppo di persone e improvvisamente ti senti sommerso dalla nostalgia. Qualcuno scrive: "Ti sei presentato come 'uno sconosciuto', ma uno sconosciuto non potrebbe scrivermi in questo modo..." e subito senti un groppo in gola, una goccia stilla dalla ghiandola della solitudine, nient'altro. Cosa c'è di più importante? Se considerata in profondità, mi spiegò una volta Rilke durante un turno di guardia nel Sinai, in ogni cosa si può sempre trovare una legge che la governa. Molto bene, gli dissi, è davvero tranquillizzante pensare che tutto ha un significato. Ma questa consapevolezza ormai non mi soddisfa più, Rainer Maria. Il mio tempo scorre in fretta e, anche se dovessi vivere altri trent'anni, vedrò soltanto i primi trenta colchici, cioè un mazzetto piuttosto striminzito, mentre io, per una volta, voglio vedere con i miei occhi il testo di quella legge, capisci? La costituzione. Voglio una visita guidata a quelle "profondità" misteriose, e pretendo di conoscere tutti gli strati sedimentati, per chiamarli almeno una volta per nome e avere da loro una risposta. Che siano finalmente miei, senza il solito, eterno silenzio (che in questo momento, per esempio, senza motivo apparente, nella calca del quotidiano, mi fa esplodere il cuore).

David Grossman, Che tu sia per me il coltello