Citazioni con argomento "Utilità"

Niente è banale per chi non è banale.
Non c’è ripetizione per chi riesce a crescere ogni giorno,
per chi non si accontenta di se stesso e, instancabile, ritocca,
corregge, amplia, mette a punto, azzarda, scopre.
Bisogna essere irrequieti...
Bisogna viverlo con un certo fervore il tempo,
come fosse tutto utile, tutto buono, tutto necessario...
Essere esigenti: con se stessi, con gli altri.
Essere a disagio, sentirsi strani, sentirsi diversi.
Sentire l’ingiustizia, come un fastidio, come un impedimento all’armonia.
Sentire il privilegio quasi come un peso, un obbligo ad acquisire meriti.
Felici e scontenti. Scontenti anche di essere felici.
Credo ancora, con consapevole tensione, nella parabola dei talenti.
Credo che il privilegio obblighi a qualcosa.
Credo che non possa vantare diritti chi non si dà doveri...
Ma non è l’ambizione l’antidoto all’immobilità,
al pensar corto per paura che troppo rapidamente tutto scorra
e ti possa travolgere.
L’antidoto più sicuro è l’attenzione.
L’attenzione scompone il tempo in tanti singoli momenti,
e ad alcuni regala una magica durata,
ad altri la puntiforme felicità della visione.
Vivere attentamente è vivere al presente,
attrezzandosi contemporaneamente per il dopo...
Guardare fuori, guardarsi dentro...
Vedo la gente soffrire per questa foga di rallentare il tempo.
Vedo discriminati i vecchi.
Vedo i ragazzi acciambellati sotto il tetto paterno a ventinove anni,
come gatti di casa decrepiti,
senza voglia di dar la caccia ai topi o andar per tetti.
Vedo me stessa, mentre provo a distendere le rughe sotto gli occhi,
e te preoccupato di quello che ti aspetta.
Voglio dirti che non è brutto crescere.
Neppure nella tetra variante di invecchiare.
Non è brutto. Perdi di leggerezza, acquisti peso
Ma il peso è stabilizzante. Non è male.
E non viene necessariamente per nuocere.
Crescere è accumulare. È ricchezza.
È il succedersi delle esperienze.
Se si ricorda di non dimenticare le trafitture di delusioni o i dubbi,
è quell’arte meravigliosa di imparare che, fino alla fine,
può mantenerci umani, può spalancare i cancelli
che separano un’età dall’altra e rendono così dolorosi i passaggi...
Non c’è trucco. È come una disciplina quotidiana.
Cercare lo stupore...
Nessuno sa, di quelli che credono di sapere.
Tutto è ancora possibile...

Lidia Ravera, Niente è banale per chi non è banale

Si impone qualche precisazione ontologica.
Fino a quattordici anni, ho diviso l'umanità in tre categorie: donne, bambine e ridicoli.
Tutte le altre differenze mi sembravano aneddotiche: ricchi o poveri, Cinesi o Brasiliani (a parte i Tedeschi), padroni o schiavi, belli o brutti, adulti o vecchi, quelle distinzioni erano sì importanti, ma non influivano sull'essenza individuale.
Le donne erano persone indispensabili. Preparavano da mangiare, vestivano i figli, insegnavano loro ad allacciarsi le scarpe pulivano, fabbricavano dei bambini con la pancia, indossavano vestiti interessanti.
I ridicoli non servivano a niente. La mattina i ridicoli grandi andavano in "ufficio", che era una scuola per adulti, cioè un posto inutile. La sera vedevano gli amici, attività poco onorevole di cui ho parlato sopra.
In realtà i ridicoli adulti erano rimasti molto simili ai ridicoli bambini, con una differenza non trascurabile: loro avevano perso il bene dell'infanzia. Ma le loro funzioni non cambiavano granché, e il loro fisico nemmeno.
In compenso c'era un'enorme differenza fra le donne e le bambine. Innanzitutto non erano dello stesso sesso, bastava guardarle per rendersene conto. E poi il loro ruolo cambiava moltissimo in base all'età: passavano dall'inutilità dell'infanzia all'utilità primordiale delle donne, mentre i ridicoli rimanevano inutili tutta la vita.
I soli ridicoli adulti che servivano a qualcosa erano quelli che imitavano le donne: i cuochi, i commessi, gli insegnanti, i medici e gli operai.
Infatti questi mestieri erano in primo luogo femminili, soprattutto l'ultimo: negli innumerevoli manifesti di propaganda che costellavano la Città dei Ventilatori, gli operai non mancavano mai di essere operaie allegre e paffute. Erano così felici di riparare tralicci che avevano il colorito rosa.
La campagna confermava le verità urbane: i cartelloni mostravano solo contadine vispe e ardite mentre in estasi legavano covoni.
I ridicoli adulti servivano soprattutto ai mestieri di simulazione. Per esempio i soldati cinesi che circondavano il ghetto facevano finta di essere pericolosi ma non uccidevano nessuno.
I ridicoli mi erano simpatici, soprattutto perché il loro destino mi sembrava tragico: loro nascevano ridicoli. E alla nascita avevano fra le gambe quella cosa grottesca di cui erano così pateticamente orgogliosi, il che li rendeva ancora più ridicoli.
Spesso i bambini mi facevano vedere quell'oggetto, il che sortiva immancabilmente l'effetto di farmi ridere fino alle lacrime. Questa reazione li lasciava perplessi.
Un giorno non riuscii a fare a meno di dire a uno di loro con una delicatezza sincera:
-Poverino!
- Perché? - chiese lui sbalordito.
- Deve essere fastidioso.
-No- assicurò lui.
- Ma sì; infatti quando vi danno una botta lì...
- Però è più pratico.
-Eh?
- Si può fare pipì in piedi.
- E con ciò?
- È meglio.
- Ah davvero?

Amélie Nothomb, Sabotaggio d'amore