Citazioni con argomento "Magia"

Le parole se si ridestano
rifiutano la sede
più propizia, la carta
di Fabriano, l'inchiostro
di china, la cartella
di cuoio o di velluto
che le tenga in segreto;

le parole
quando si svegliano
si adagiano sul retro
delle fatture, sui margini
dei bollettini del lotto,
sulle partecipazioni
matrimoniali o di lutto;

le parole
non chiedono di meglio
che l'imbroglio dei tasti
nell'Olivetti portatile,
che il buio dei taschini
del panciotto, che il fondo
del cestino, ridottevi
in pallottole;

le parole
non sono affatto felici
di esser buttate fuori
come zambracche e accolte
con furore di plausi
e disonore;

le parole
preferiscono il sonno
nella bottiglia al ludibrio
di essere lette, vendute,
imbalsamate, ibernate;

le parole
sono di tutti e invano
si celano nei dizionari
perché c'è sempre il marrano
che dissotterra i tartufi
più puzzolenti e più rari;

le parole
dopo un'eterna attesa
rinunziano alla speranza
di essere pronunziate
una volta per tutte
e poi morire
con chi le ha possedute.

Eugenio Montale, Le parole

«[...] la separazione di fuori e dentro è abituale al nostro pensiero, ma non gli è indispensabile. Il nostro spirito ha la possibilità di superare il limite che gli abbiamo imposto, verso l'aldilà. Al di là delle antinomie di cui è composto il nostro mondo, hanno inizio conoscenze nuove, diverse. - Ebbene, caro amico, devo confessarti una cosa: da quando il mio pensiero è mutato, per me non esistono più parole e massime univoche; ogni parola possiede decine, centinaia di significati. Qui ha inizio ciò che temi: la magia.» [...]

«Posso aiutarti?» chiese Erwin.
«Non so. Fa' come vuoi. Raccontami di più della tua magia! Dimmi come fare perché l'idolo possa di nuovo uscire da me.»
Erwin pose una mano sulla spalla dell'amico. Lo condusse alla poltrona e ve lo fece sedere.
Poi parlò con cordialità, sorridendo, con voce quasi materna:
«L'idolo uscirà di nuovo da te. Abbi fiducia in te stesso. Hai imparato a credere in lui. Adesso impara ad amarlo! Esso è dentro di te ma è ancora morto, è ancora un fantasma per te. Sveglialo, parlagli, ponigli quesiti! Esso è te stesso! Non lo odiare più, non temere, non lo tormentare - quanto hai tormentato quel povero idolo che pure eri tu! Quanto hai tormentato te stesso!»
«È questa la via verso la magia?» chiese Friedrich. Era sprofondato nella poltrona, come invecchiato, e la sua voce era dolce.
Erwin disse: «Questa è la via, e forse hai già compiuto il passo più difficile. Hai sperimentato che il fuori può divenire il dentro. Sei stato al di là delle antinomie. Ti è parso un inferno: impara, amico, che è un paradiso! Perché è il paradiso che hai davanti. Vedi, questa è magia: scambiare fuori e dentro, non per costrizione, non soffrendo come hai fatto tu, ma liberamente, volontariamente. Chiama il passato, chiama il futuro: ambedue sono in te! Oggi sei stato schiavo del tuo intimo. Impara a esserne padrone. Questa è magia.»

Hermann Hesse, Dentro e fuori

Un'ombra a chi l'ha persa andando in giro di notte.
Una valida ragione ad una porta che sbatte.
Un paio d'ali nuove ad una farfalla sbiadita.
Una seconda volta ad una storia finita.
L'applauso più scrosciante ad un tenore stonato.
Un treno, più veloce a chi non è mai partito.
Una coscienza a chi si sente un padreterno
Un boomerang a chi rende la vita un inferno.

Una magia
Rimescolare i ruoli e le vite
Una magia e via
Ritornino le streghe e le fate
Felici solo in apparenza
In realtà noi non crediamo più
Che questa tua malinconia
Si risolva con una magia.

E fosse pure un'idiozia
Ho un gran rispetto io della magia. Una magia!
Una sirena appesa all'amo di un pescatore.
Ad un cane randagio una medaglia al valore.
Una lampadina ad ogni idea che si smorza.
A chi ha sempre subito un'inspiegabile forza.

Una magia
Sugli uomini e su tutte le cose.
Dentro di te, nei vicoli ed in tutte le case.
Una magia che ci ha cresciuti
Che ci ha stupiti e ancora lo farà.
Una magia che spero tanto non ci lascerà...

Quanta magia nella tua testa.
Tienila in tasca che non si sa mai.
A quegli amori sfortunati, più magia che puoi
Una magia che spero torni ancora dentro noi.
Che dia più grinta e più calore alla magia che sei
Una magia? E sia.

Renato Zero, Una magia

L’universo di chi scrive ha tanti angoli.
Non è rotondo, quadrato o romboidale. È spigoloso e irregolare, come quelle strane figure di poligoni nei libri di scuola, che nessuno ha mai capito cosa potessero essere o a cosa sarebbero potute servire.

È un mondo di “cantucci” e strade strette che passano, mai dritte, dalle parole alle frasi, dalle rime ai versi, dai periodi ai capitoli, dalle storie compiute a quelle mai finite. E mai finito è il modo col quale ci si mette sotto il foglio, con le stanze delle case che non hanno mai tavoli comodi, che sono colorate e arredate male, quando non viene quello che vuoi dire e daresti la colpa a tutti, magari a quel panino che ti sembra di non aver digerito, o agli occhiali che, da presbite, indossi malvolentieri.

L’universo di chi scrive ha mille porte, dove si entra e si esce di continuo senza coprirsi e finisce che si prende il raffreddore se fuori gela o piove male, di quelle gocce che le puoi contare: uno, due, …tante, ma senza fretta si rientra, dallo spiraglio vicino e il caldo arriva, con calma, perché arrivano le sillabe che finalmente cantano e passa il raffreddore e passa il freddo e ti sembra di essere Leopardi.

L’universo di chi scrive ha le sue muse, che cambiano ma passano dagli stessi giorni, dalle settimane uguali. Quando con gli occhi senti gli occhi che conosci, che leggono di sbieco i tuoi pensieri, sai che sono quelli che se chiusi, ti fanno allontanare dalle cose. Ti menti di continuo se non c’è e vuoi giustificare le tue lontananze dalle minestre e dai supermercati, con impegni virtuali, superiori. Poi ti ritrovi a voler parlare d’altro, di cose alte, d’infinito… Ma finisci inevitabilmente a parlar di lei.

L’universo di chi scrive ha le gambe corte, come le bugie che ti racconti quando conti e non ti torna e prendi un libro, lo sfogli aspettando quel verso chiaro e netto, che ha naturalmente il pregio di quadrare. Ricerchi l’esclusivo, l’unico, il mai banale, ma tutto è già scoperto porco cane e non ti rimane che provare e riprovare.

Chi scrive è un universo colorato e misterioso, minuscolo, così piccolo che quasi non si vede; così leggero ch’è quasi inesistente.

Giorgio Del Ghingaro, Prefazione all’Antologia delle Poesie Finaliste (Premio Nazionale di Poesia “Città di Capannori” Edizione 2005)

Avrei incontrato la Maga? Tante volte mi era bastato affacciarmi, arrivando da rue de Seine, all'arco che dà sul quai de Conti, e appena la luce di cenere e di olivo sospesa sul fiume mi lasciava distinguere le forme, subito la sua figurina sottile si disegnava sul Pont des Arts, qualche volta muovendosi da una parte all'altra, qualche altra ferma contro la ringhiera di ferro, china sull'acqua.

Ed era così naturale attraversare la strada, salire i gradini del ponte, penetrare nella sua sottile vita ed avvicinarmi alla Maga, che sorrideva senza sorpresa, convinta quanto me che incontrarsi per caso non era un caso nelle nostre vite, e che la gente che si dà apuntamenti precisi è la medesima che ha bisogno del foglio a righe per scriversi o che preme dal basso il tubetto del dentifricio.

Ma adesso le non ci sarebbe stata, sul ponte. Il suo volto delicato dalla pelle quasi trasparente si affacciava forse ai vecchi portici del ghetto del Marais, forse stava chiaccherando con una venditrice di patate fritte o mangiando un salsicciotto caldo nel boulevard Sebastopol. Ad ogni modo salii sul ponte, e la Maga non c'era.

Adesso la Maga non era neppure sulla mia strada, e per quanto conoscessimo i nostri indirizzi, ogni vuoto delle nostre due stanze di falsi studenti a Parigi, ogni cartolina come una finestrella Braque o Ghirlandaio o Max Ernst stretta fra le povere modanature e la tappezzeria chiassosa, nonostante questo non saremmo andati a cercarci in casa. Preferivamo incontrarci sul ponte, al tavolino di un caffè, in un cineforum o curvi su un gatto in un qualsiasi cortile del quartiere latino.

Camminavamo senza cercarci pur sapendo che camminavamo per incontrarci.

Julio Cortázar, Il gioco del mondo (Rayuela), 1