Citazioni con argomento "VeritĂ "

LENNI
... Una pagina del mio diario... Era un'agenda tutta rosa... Me la regalò papà... Avrò avuto dodici, tredici anni...

STELLA
Prima non c'era, le ho stese tutte.

(Lenni legge in silenzio le parole sulla pagina. Si mette una mano sugli occhi, soffocando un singhiozzo.
Stella le sfila il foglio di mano e legge.)

STELLA
«Cara mamma, oggi ho salvato un merlo appena nato che il gatto di Gigi aveva portato in cucina. E Gigi con la scala lo ha rimesso nel nido...» Ma l'hai scritto tu?

MADRE
«Ho fatto un fioretto perché il merlo non muoia: questa sera, prima di cena, ti abbraccerò e ti dirò: «Ti voglio bene, mamma»
Ma non mi hai abbracciata e non mi hai detto «Ti voglio bene», né quella sera né mai. O forse c'hai anche provato e io con un'occhiata te l'ho ricacciato in gola.
Comunque il piccolo merlo non morì ed imparò a volare. Sarebbe bastato guardarlo sbattere le ali, come facesti tu, per capire che non serve a niente trattenere il fiato mentre ci scorre intorno l'universo, e respirare solo quando passerà finalmente il destino che avremmo voluto, perché non passerà. Non esistono madri illuminate, né figlie perfette. Esistevamo solo TU ed IO. E per questo, semplicemente per questo, avrei dovuto volerti bene.

LENNI
(fra i singhiozzi)
Ma io l'ho bruciato nel camino questo diario, dopo che lei me lo aveva letto... Come può essere?

MADRE
C'è voluta una vita intera e anche un po' di morte. Ci sono voluti i tacchi alti e una volta alla settimana dal parrucchiere, un marito assente e una figlia fuggita da casa e poi lo zucchero che si mescola al sangue e l'unto della benzina. Tutto quello che è stato e anche quello che avrebbe potuto essere... Quella pagina era rimasta l'unica traccia per farti ricordare.

LENNI
Mi ha voluto bene.

MADRE
E anche tu me ne hai voluto. E volevo che tu sapessi che anche io lo sapevo...

LENNI
Ti voglio bene, mamma.

MADRE
Ti voglio bene, figlia mia.

Daniele Falleri, Benzina

Io da te voglio che stiamo su una panchina,
ridere di certe cose che dici,
certe cose che dico,
non lo so, cos’è?, una pretesa?, dimmi,
senza alzarti, resta ferma seduta,
dimmi, che così mi ricordi il mare
d’Olanda, agitato, freddo, stai ferma,
io da te voglio che stiamo così,
che mi guardi e prendi bene la mira,
le cose che mi dici non voglio che mi manchino.

Andrea Donaera, Io da te voglio che stiamo su una panchina

Raccontare deforma, raccontare i fatti deforma i fatti e li altera, quasi li nega, tutto ciò che si racconta diventa irreale e approssimativo benché veritiero, la verità non dipende dal fatto che le cose siano o succedano, ma dal fatto che rimangano nascoste e non si conoscano e non si raccontino, appena si raccontano o si manifestano o si mostrano, anche in ciò che appare più reale, in televisione o sul giornale, in ciò che si chiama la realtà o la vita o addirittura la vita reale, passano a formare parte dell'analogìa e del simbolo, e dunque non sono più fatti, ma si trasformano in riconoscimento. La verità non riluce, come si dice, perché l'unica verità è quella che non si conosce e non si trasmette, quella che non si traduce con parole né con immagini, quella celata e non controllata, forse per questo si racconta tanto o si racconta tutto, perché niente sia mai accaduto, una volta raccontato.

Javier MarĂ­as, Un cuore così bianco

Di quasi nulla resta traccia, i pensieri e i gesti fugaci, i progetti e i desideri, il dubbio segreto, i sogni, la crudeltà e l'insulto, le parole dette e ascoltate e poi negate o fraintese o travisate, le promesse fatte e non tenute in conto, neppure da coloro a cui sono state fatte, tutto si dimentica o si estingue, ciò che si fa da soli e di cui non si prende nota e anche quasi tutto ciò che non è solitario ma in compagnia, quanto poco rimane di ogni individuo, di quanto poco vi è testimonianza, e di quel poco che rimane tanto si tace, e di quello che non si tace si ricorda dopo soltanto una parte minima, e per poco tempo, la memoria individuale non si trasmette e non interessa chi la riceve, il quale plasma e possiede la sua propria memoria. Tutto il tempo è inutile, non soltanto quello del bambino, o tutto è come il suo, quanto avviene, quanto entusiasma o fa male nel tempo si coglie soltanto per un istante, poi si perde e tutto è sdrucciolevole come la neve compatta e come è per il bambino il suo sonno di adesso, di questo stesso istante. Tutto è per tutti come per lui sono io adesso, una figura quasi sconosciuta che lo osserva dalla soglia della sua porta senza che lui se ne accorga né possa mai saperlo né possa perciò ricordarsene, tutt'e due in viaggio verso il nostro lento sfumare. È tanto di più ciò che avviene alle nostre spalle, la nostra capacità di conoscenza è minima, già quello che si trova al di là di un muro non riusciamo a vederlo, o ciò che è lontano, è sufficiente che qualcuno si allontani di qualche passo perché non sentiamo più ciò che sta dicendo, e può darsi che così ci rimettiamo la vita, è sufficiente che non abbiamo letto un libro per non conoscere l'avvertimento principale, non possiamo stare altro che in un posto in ciascun momento e anche allora spesso ignoriamo chi sono quelli che ci osserveranno e penseranno a noi, chi è sul punto di comporre il nostro numero, chi sul punto di scriverci, chi sul punto di venirci a cercare, chi sul punto di condannarci o di assassinarci e così porre fine ai nostri scarsi e malvagi giorni, chi sul punto di gettarci nel rovescio del tempo o nella sua nera schiena, come penso e come osservo io questo bambino sapendo più di lui, più di quanto lui saprà mai su ciò che è stato questa notte. Io devo essere questo, il rovescio del suo tempo, la nera schiena...

Javier MarĂ­as, Domani nella battaglia pensa a me

Cosa non darei per leggere le lettere perdute di Milena a K. per vedere cosa gli disse esattamente, con quali parole gli rispose quando lui le scrisse: "Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con cui frugo dentro me stesso".

Spero che lei gli abbia risposto subito, con un telegramma, che è proibito a un essere umano accettare di trasformarsi in coltello per un altro. È proibito persino avanzare una richiesta del genere!

Ripensandoci, in fondo, non capisco Milena. Al suo posto mi sarei comportata diversamente. Sarei partita da Vienna per Praga, per andare da lui. Sarei entrata in casa sua e gli avrei detto: Eccomi. Non potrai più sfuggire. Non mi accontento più di un viaggio immaginario. Non si può guarire solo con le parole. Ammalarsi sì. Probabilmente non è molto difficile. Ma consolare? Far rivivere? Per questo occorre vedere degli occhi di fronte a sé, toccare delle labbra, delle mani, un corpo che si ribella e strepita contro le tue idee infantili di astrattezza "pura". Cosa c'è di puro? Cosa c'è di puro in me ora?

David Grossman, Che tu sia per me il coltello