Jonathan Coe

Non che la tua esistenza corregga tutti quegli errori, o li annulli, no. Non giustifica niente. Quello che significa - l'ho già detto prima? Penso di sì, forse in altra forma -, o meglio quello che mi fa capire, è questo: che la vita comincia ad avere senso solo quando ti rendi conto che a volte - spesso - continuamente - due idee del tutto contraddittorie possono essere egualmente vere.

Jonathan Coe, La pioggia prima che cada

Quelle tre settimane in Francia furono indubbiamente le più felici della mia vita, e tutte le cose belle che le caratterizzarono sono cristallizzate in questa foto, e nella canzone Bailero, che non manca mai di evocare le immagini di quel lago, e quel prato, dove restammo sdraiate per tutto il pomeriggio, nell'erba alta tra i fiori selvatici, mentre Thea giocava sulla riva. Non c'è niente che si possa dire, immagino, di una felicità perfetta, impeccabile e senza ombre; niente, salvo la certezza che dovrà finire. Al calar della sera, l'aria non divenne più fresca, ma più densa e umida. Avevamo bevuto del vino, e mi sentivo la testa pesante, intorpidita. Credo di essermi addormentata e, quando mi svegliai, vidi che Rebecca era ancora sdraiata accanto a me ma aveva gli occhi aperti, e c'era un movimento veloce dietro il suo sguardo, come se stesse seguendo una rapida catena di pensieri intimi. Quando le chiesi se andava tutto bene, si girò e mi sorrise, il suo sguardo si addolcì e mi sussurrò parole rassicuranti. Mi baciò, poi si alzò e scese verso la riva dove Thea stava raccogliendo sassolini sistemandoli in pile secondo un sistema eccentrico tutto suo.

Andai a raggiungerle, ma Rebecca non si girò quando sentì i miei passi sui ciottoli. Si schermò gli occhi, guardò le montagne e disse: "Guarda quelle nuvole. Ci sarà un bel temporale se vengono da questa parte". Thea sentì l'osservazione: era sempre molto rapida nel notare i cambiamenti d'umore - restavo sorpresa, ogni volta, nell'accorgermi di quanto fosse sensibile, pronta a recepire gli stati d'animo degli adulti. "Per questo hai l'aria triste?" si sentì in dovere di chiedere. Rebecca si girò. "Chi, io? No, non mi dispiace la pioggia estiva. Anzi, mi piace. È il tipo che preferisco." "Il tuo tipo di pioggia preferito?" disse Thea. Ricordo che aveva la fronte aggrottata, mentre rifletteva su queste parole, poi annunciò: "Be', a me piace la pioggia prima che cada". Rebecca sorrise della trovata, ma io (in modo molto pedante, suppongo) dissi: "Però prima che cada non è proprio pioggia, tesoro". "E allora cos'è?" disse Thea. E io spiegai: "È solo umidità. Umidità nelle nuvole". Thea abbassò gli occhi e si concentrò, ancora una volta, a scegliere i ciottoli sulla spiaggia: ne raccolse due e prese a batterli uno contro l'altro. Il suono sembrava darle piacere. Non mi arresi: "Sai, Thea, non esiste una cosa come la pioggia prima che cada. Deve cadere, altrimenti non è pioggia". Era un principio stupido su cui insistere con una bambina, e mi pentii di aver cominciato. Ma Thea sembrava non avere alcuna difficoltà ad afferrarlo, semmai il contrario - perché dopo qualche minuto mi guardò e scosse la testa con aria di commiserazione, come se stesse mettendo a dura prova la sua pazienza dover discutere di questioni del genere con una ritardata. "Certo che non esiste una cosa così," disse. "È proprio per questo che è la mia preferita. Qualcosa può ben farti felice, no? Anche se non è reale." Poi corse verso l'acqua, con un gran sorriso, felice che la sua logica avesse riportato una vittoria così sfacciata.

Jonathan Coe, La pioggia prima che cada

Ma quello a cui mi fa pensare il sorriso di Ivy è la sua risata: una risata da fumatrice accanita, rauca e gutturale. E appena penso alla sua risata, come in virtù di un processo di associazione sensoriale, mi scopro a ricordare il suo odore. È strano come così pochi dei nostri ricordi più intensi siano visivi: ecco una cosa di cui mi piacerebbe parlare con te, Imogen - una delle tante, in realtà. Perché i tuoi ricordi, ne sono certa, sono intensi quanto i miei, intensi quanto i ricordi di tutti noi che siamo "vedenti" - come credo si dica adesso -, forse anche più intensi.

Jonathan Coe, La pioggia prima che cada

"Sefton sta bene?" domandò poi Maria.
"Sta benissimo. Gli ho parlato non più tardi dell'altroieri. Era veramente di buon umore. Eravamo in salotto e gli stavo facendo qualche domanda. Gli ho chiesto: 'Qual è il punto di tutto questo? Che cosa pensi che dovrei fare? Come valuti le opportunità di carriera per un uomo come me... un outsider, insomma? Da osservatore imparziale. Tu non lasci che queste cose ti deprimano, Sefton, questo lo vedo,' ho detto. 'Avanti, qual è il segreto?'"
"E lui cosa ti ha risposto?"
"Si è come stiracchiato sulle mie ginocchia, si è messo a fare le fusa e mi ha preso il braccio, dopodiché ha cominciato a far andare gli artigli dentro e fuori. È stato molto rassicurante. Ho pensato che stesse incitandomi al distacco. All'indifferenza, quasi. Stai fermo, come me, pareva essere il suggerimento, davvero non vale la pena di sbattersi. Vivi la vita come dovrebbe essere vissuta. Mezzo addormentato, preferibilmente. E per me è stato abbastanza. Ho lasciato cadere l'argomento. Sembrava che Sefton volesse un paio di carezze, così ho provveduto, e poi ci siamo appisolati insieme."

Jonathan Coe, Donna per caso

In quel momento un gatto entrò nella sua camera (quella era una casa in cui si godeva di libera circolazione, come potete vedere). Tale creatura, un piccolo tabby bianco a strisce marroni di nome Sefton, aveva solo due anni ma per portamento e filosofia di vita non dimostrava certo una così giovane età. Maria lo amava di un amore genuino, basato, come dovrebbe essere ogni amore degno di questo nome, su un profondo rispetto. Sefton le dava l'impressione di aver capito tutto della vita, da cima a fondo.

Gli scopi della sua esistenza erano pochi e tutti degni di ammirazione: nutrirsi, tenersi pulito e, sopra ogni altra cosa, dormire. Maria a volte era convinta che anche lei sarebbe stata felice, se solo le avessero permesso di confinare se stessa entro questi tre semplici ambiti di preoccupazione. Inoltre, ammirava l'atteggiamento di Sefton nei confronti delle manifestazioni fisiche di affetto. Sefton vi era decisamente portato. Un perfetto sconosciuto non doveva fare altro che fermarsi, chinarsi e offrirgli la più semplice delle carezze in mezzo alle orecchie e in cambio, per qualche minuto, i due si sarebbero avvoltolati l'uno contro l'altro, accarezzandosi e coccolandosi e strofinandosi come due giovani amanti in preda agli spasmi del più estatico trasporto adolescenziale sul green di un campo da golf.

Ciò era per Maria fonte di profonda invidia. Non che le sarebbe andato di essere accarezzata, strofinata e coccolata da perfetti sconosciuti, naturalmente no. Per essere esatti, ciò che Maria invidiava era il fatto che Sefton potesse indulgere in quella deliziosa intimità restando al sicuro nella consapevolezza che il piacere che ne ricavavano lui e il suo partner fosse del tutto innocente - a meno che, per qualche sfortunata coincidenza, la persona in questione non avesse tendenze zoofile, e questa era una cosa che a Sefton non era ancora capitata.

Jonathan Coe, Donna per caso