Maurizio Maggiani

Fino a quando ho compiuto vent'anni, e cioè fino all'anno della sua morte, la mano della Veronica mi ha curato tutti i mali indecifrabili per la scienza medica dell'epoca. Mi ha posto la mano sullo stomaco per gli spasmi del piloro, mi ha posto la mano sulla schiena per le frustrazioni dei miei lombi, mi ha posto la mano sulla fronte per scacciare dalla mia mente la paura. Diceva paura per nominare ciò che in effetti io stesso non potevo descrivere con chiarezza; usava una parola molto semplice e rozza, e forse, con quello che so adesso di me, usava l'unica parola buona.

La mano è grande, e ipertrofica, sproporzionata rispetto alla figura minuta della Veronica. Ma non è la mano di una vecchia contadina. Non porta ad esempio i segni dell'artrosi che già si notano nelle mani di sua figlia Anita. Il giorno del matrimonio, la Veronica ha settantacinque anni; con gli occhi dell'oggi potrebbe dimostrarne dieci di più. Lei, ma non la sua mano, che si dissocia dal resto del corpo come un'appendice estranea, uno strumento, un attrezzo liscio e tornito, in perfetta efficienza. La mano di un luminare che ha curato un intero paese per tutta la sua vita, finché non se n'è andata.

Maurizio Maggiani, È stata una vertigine

Non ti nego che ho spesso pensato quanto mi sarebbe piaciuto una sera tirar giù il bandone e andarmene; andarmene senza dovermi ficcare ancora una volta le chiavi nella tasca dei pantaloni, ma lasciarle invece lì, a oscillare sulla toppa, o farlo scivolare con un bel gesto in un tombino. Andarmene magari in un giorno di fortuna, quando ogni cosa ha preso la sua strada, la strada migliore; andarmene finché il pane che ho fatto è ancora caldo e buono, andarmene senza dover aspettare che diventi ancora una volta, come tutte le volte, crosta. Perché la vita è così, che è sempre più lunga del tuo pane caldo. Nel cuore di certi momenti di particolare leggerezza, in certi istanti di gioia, ti assicuro che sarei sommamente interessato ad essere io a mettere fine alle croste, io che spengo le luci della bottega nel momento più adatto.

Come puoi constatare, qualcosa mi ha fin qui trattenuto.
Vedi, sono terrorizzato dall'idea che, proprio nell'attimo in cui non deve più succedere niente, succeda invece qualcosa, e che quel qualcosa sia l'ultimo e più grande tormento che la vita possa riservarmi. Perché ho paura che la vita, prima di lasciar perdere, si prenda per sé ancora un secondo, o anche solo un infinitesimo nano di secondo, ma tremendo. Ho paura di quello che accadrà in quel tempo che sarà un tempo smisurato. Cosa sentirò, cosa saprò, cosa vedrò, cosa toccherò nel tempo del trapasso?

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La loro è una relazione squisitamente mobile. Non sono marciatori sportivi, e m ogni caso non marciatori così accaniti da non desiderare di far altro che marciare. Semplicemente non hanno ancora trovato un posto per loro, un posto che valga la pena di qualcosa di più duraturo e consistente di una sosta occasionale.

Un posto per il loro amore, visto che di questo si tratta: che sono innamorati. Camminano molto perché lo stanno ancora cercando il loro posto, camminano sempre perché ne hanno un bisogno urgente, un'insaziata necessità. Quando sono stanchi, o quando piove, o si fa buio si fermano dove capita, un bar qualunque, una trattoria, qualcosa del genere, dove trovano un riparo per sedersi a prendere fiato. E parlare tra loro, tra loro con le mani e con gli occhi.

Non sono né sordi né muti. Quando passeggiano, spesso parlano con la loro voce. Anzi, può capitare che lo facciano incessantemente. A voce spiegata, bisbigliando o canticchiando, persino, le volte che sono molto tristi o molto allegri, e le parole del loro amore chiedono un di più alle corde vocali. Ma quando si fermano in un locale e siedono l'uno di fronte all'altra, spengono la loro voce e accendono le loro antenne. In modo che nessuno li senta. Ritengono che ciò che si dicono sia di una tale intimità, un'intimità così profonda e fragile, che basterebbe un niente a offenderla, anche una sola parola che potesse spingersi più in là delle loro tazze di té e giungere alle orecchie di un estraneo. Temono per la loro intimità, perché in verità temono per loro, per ciò che hanno scoperto di essere: amanti che camminano per una strada che non conoscono. Amanti indifesi.

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Mi sottomesso a cercare il modo di tornare a casa. Ce l'ho fatta perché mi ha aiutato un poliziotto, un ufficiale che comandava una squadra intorno alla stazione Brignole. Mi ha indicato lui una strada sicura da fare. E abbiamo parlato. Abbiamo incominciato, mi pare, soprattutto per sfogare un po' della tensione che avevamo accumulato, io di qua lui di là, sulla strada del disordine da ormai dieci ore. Non sono stato molto discreto con lui, non gli sono stato granché di aiuto per la sua tensione. Perché avevo visto picchiare così tanta gente? perché la gente che ho visto picchiare era quella sbagliata? Gente inoffensiva, gente spaventata, gente incapace persino di ripararsi la testa con le mani. Gente con le mani stupidamente, inutilmente alzate. Perché?

Se n'è stato a sentire per un po', un bel po' devo dire; zitto con gli occhi sulla mia faccia, e dentro gli occhi un qualche rammarico privo di astio, come se fossi stato io a rovinargli la giornata e però non si sentisse di farmene una colpa. Era un uomo di più di quarant'anni, grosso, con una faccia grossa e due grossi baffi. Nel guardarmi il baffo sinistro gli vibrava leggermente; non erano le labbra a fremere, come succede quando uno ha un attacco di ansia o di rabbia, solo il baffo, come se quel baffo provasse con discrezione a staccarsi senza farsene accorgere e andarsene per suo conto. Non mi ha picchiato, come avrebbe potuto fare e come forse gli sarebbe tornato utile per la sua tensione. Ha cercato una buona risposta e poi me l'ha data, "Vede - e mi ha mostrato il casco e la maschera antigas che teneva in una mano - vede, quando porto questi affari addosso, io non vedo e non sento più niente."

Ecco di cosa ho avuto paura, e l'ho avuta in cuor mio sin dal giorno che hanno issato le barriere, anche se le parole precise della mia paura le ho sapute solo alla fine degli scontri per bocca di un tuo collega: ho avuto paura che tu potessi essere lì a fare il tuo lavoro senza poter vedere né poter sentire. E di incontrarti. E se mi chiedo cosa possa far accettare a un uomo il non sentire e il non vedere ciò che sta facendo con le proprie mani, e con le armi che tiene tra le mani, so già rispondermi che ci sono molti uomini, uomini per bene come quel tuo collega, che fanno quello che devono fare, punto e basta. E pensano sinceramente, da brava gente com'è, di non poter fare che così. E forse e vero.

E allora Dio voglia che tu non ci sia. E se questo non è possibile, perché neppure Dio ce la fa a cambiare gli ordini di servizio, allora Dio voglia che non ti incontri: non vedendo e non sentendo, potresti anche non riconoscermi.

Maurizio Maggiani, È stata una vertigine

Potrei discutere con te di mille cose ma non di questa, non di chi sei tu per me, chi sono io per te. Ho paura di quello che potresti dirmi, di come me lo diresti, dell'espressione del tuo viso mentre me lo dici, del movimento delle tue mani; del rumore che farebbero le punte delle tue scarpe sfregate per terra mentre cerchi di dirmi qualcosa dandoti il tempo per dire la cosa che ti sembrerà giusta. Mentre io sto lì a struggermi chiedendomi se quello che stai per dirmi sarà la verità, una verità, o semplicemente qualcosa che ti levi dall'imbarazzo. Ho paura che potresti trovare il coraggio di chiedermi tu qualcosa: potresti, per esempio farmi la stessa domanda di tua madre: perché te ne sei andato? Non so se potrei dirti "per troppo amore" senza provare vergogna. Ho paura di sentirti dire: "Che figlio di puttana".

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