David Grossman

Vorrei solo poter restare qui tutta la notte e continuare a scrivere. Scrivere mi fa bene. Lo sento. Anche quando scrivo cose tristi, qualcosa in me si tranquillizza, sento di avere uno scopo.

Voglio rimanere qui e raccontare le cose più semplici. Descrivere la foglia che è appena caduta. O la catasta di sedie in veranda. O le falene attratte dalla lampada. E raccontare ciò che avviene durante la notte finché il buio si tramuta in luce, fino ai cambiamenti di colore. Potrei rimanere qui seduta per giorni e notti a descrivere ogni stelo d'erba, ogni fiore, i sassi del muretto, le pigne. Solo dopo, quando mi sentirò pronta, passerò a scrivere di me. Del mio corpo, per esempio. Comincerò da lui, da ciò che è tangibile. Ma anche con lui partirò da lontano, dalle dita dei piedi, per avvicinarmi piano piano. Descriverò ogni sua parte, ne annoterò le sensazioni, quelle di un tempo e quelle attuali. I ricordi della caviglia, per esempio, o della guancia, o del collo. Perché no? Attraverso le carezze, i baci e le cicatrici. Mantenermi viva con la scrittura. Ci vorrà un sacco di tempo ma ne ho molto a mia disposizione. La vita è lunga e voglio raccontare di me stessa, raccontare quello che probabilmente nessuno mi racconterà mai. La mia storia. Senza aggiunte, ma anche senza detrazioni. Scrivere senza pretendere nulla. Da nessuno. Scrivere solo la mia voce.

David Grossman, Che tu sia per me il coltello

In fondo capisco contro cosa sei costretto a combattere per violarla e venire da me in assoluta libertà. E so anche, con certezza, quanto sia difficile guarire da quelle malattie dell'infanzia.

Ma forse - lo penso in questo istante - è la guarigione a farti ancora più paura. Se è così, dimmelo. Dimmelo tranquillamente e potremo piangere insieme per questo. È per quella maledetta sensazione, vero? Che noi siamo la malattia e se oseremo ribellarci e guarire, ci verrà tolto anche il respiro. Sempre, sempre questa paura. Il presentimento che tale malattia, o deformazione, o onta, sia la cosa che meglio ci contraddistingue, il nostro luz... Perché dovresti tacermi una cosa tanto terribile? Ci sentiremmo ancora più vicini se mi dicessi che è così. E forse, per un momento, potremmo tirare un sospiro di sollievo.

Perché non c'è nessuno che mi conosca altrettanto bene in quell'ultimo meandro dell'anima. E lo stesso vale per te.

Ma cosa stavo pensando? Cosa credevo che mi sarebbe successo quando mi fossi trovata "laggiù" con te? Dopotutto il mio dolore più profondo sgorga in territori in cui tu non sei mai entrato, frutto di eventi di cui non abbiamo neppure cominciato a parlare. In fondo abbiamo appena imboccato una lunga strada...

Immagino una burrasca, un'esplosione vulcanica della mia coscienza e della tua. Qualcosa che travolge, scuote, rivela. Siamo avvolti da un'unica pelle (o meglio, siamo senza pelle). Vedo nella mia immaginazione la bolla di una livella bilanciata, perfetta, pura, che è anche conoscenza totale e capacità di donarsi interamente. L'armonia di due persone, di noi due, alla quale nessuno può arrivare da solo.

È questo il mio unico dolore, e solo tu lo puoi cancellare, o alleviare. È il dolore di essere separata da te. Fino a che ti ho conosciuto era un dolore vago, indistinto, e si sarebbe forse riassorbito, sommerso dalle preoccupazioni quotidiane. Ma sei arrivato tu, dandogli un nome e un lessico.

Ripensandoci, Yair, non sono sicura che tu possa cancellare questo dolore. Ma il legame tra noi potrebbe almeno produrre quella che tu, talvolta, definisci "scarica a terra", mentre io preferisco considerarlo partecipazione, o comunione, quella "grazia di energie esuberanti", colma d'armonia, di cui Kafka parla nel suo diario del 19 settembre 1917 (quando si chiede come possa "annunciare a qualcuno per iscritto" quanto si senta infelice): "... E non è affatto menzogna, né assopisce il dolore, ma è semplicemente la grazia di energie esuberanti nel momento in cui il dolore ha palesemente consumato tutte le mie forze fino al fondo del mio essere".

David Grossman, Che tu sia per me il coltello

Come sei entrato nella mia vita? Com'è possibile che fossi così indifesa? E non sei nemmeno entrato da una finestra, o da un lucernaio. Sei riuscito a trovare una fessura attraverso la quale mi hai trafitto il cuore.

David Grossman, Che tu sia per me il coltello

Cosa non darei per leggere le lettere perdute di Milena a K. per vedere cosa gli disse esattamente, con quali parole gli rispose quando lui le scrisse: "Amore è il fatto che tu sei per me il coltello con cui frugo dentro me stesso".

Spero che lei gli abbia risposto subito, con un telegramma, che è proibito a un essere umano accettare di trasformarsi in coltello per un altro. È proibito persino avanzare una richiesta del genere!

Ripensandoci, in fondo, non capisco Milena. Al suo posto mi sarei comportata diversamente. Sarei partita da Vienna per Praga, per andare da lui. Sarei entrata in casa sua e gli avrei detto: Eccomi. Non potrai più sfuggire. Non mi accontento più di un viaggio immaginario. Non si può guarire solo con le parole. Ammalarsi sì. Probabilmente non è molto difficile. Ma consolare? Far rivivere? Per questo occorre vedere degli occhi di fronte a sé, toccare delle labbra, delle mani, un corpo che si ribella e strepita contro le tue idee infantili di astrattezza "pura". Cosa c'è di puro? Cosa c'è di puro in me ora?

David Grossman, Che tu sia per me il coltello

Ti sei posto a difesa di ogni accesso al giardino dell'Eden, per impedirti di farci ritorno. Chissà qual è il peccato, terribile e umiliante, per il quale sei stato cacciato. Se qualcosa che hai fatto, o che eri. Se eri troppo, o troppo poco.

Sia l'uno che l'altro, e mai nella giusta misura. Questo è probabilmente il tuo grande "tradimento" nei loro confronti: non rispettavi la loro "giusta misura".

Ma io credo, con tutto il cuore, che ci sia un luogo, forse non il giardino dell'Eden, in cui potremo stare insieme. Un luogo che nella "realtà" non è più grande di una capocchia di spillo, per via delle inevitabili restrizioni; ma per noi sarà grande abbastanza, e lì potrai essere te stesso, chiunque tu sia.

Solo di una cosa non sono ancora sicura, ed è questo che mi frena: forse non sei in grado di credere che esista al mondo un luogo in cui tu possa essere te stesso, e sentirti amato.
Perché, se è così, non crederai mai che qualcuno possa amarti.)

David Grossman, Che tu sia per me il coltello