Julio Cortázar

Bolero

Qué vanidad imaginar
que puedo darte todo, el amor y la dicha,
itinerarios, música, juguetes.
Es cierto que es así:
todo lo mío te lo doy, es cierto,
pero todo lo mío no te basta
como a mí no me basta que me des
todo lo tuyo.

Por eso no seremos nunca
la pareja perfecta, la tarjeta postal,
si no somos capaces de aceptar
que sólo en la aritmética
el dos nace del uno más el uno.

Por ahí un papelito
que solamente dice:

Siempre fuiste mi espejo,
quiero decir que para verme tenía que mirarte.

Y este fragmento:

La lenta máquina del desamor
los engranajes del reflujo
los cuerpos que abandonan las almohadas
las sábanas los besos

y de pie ante el espejo interrogándose
cada uno a sí mismo
ya no mirándose entre ellos
ya no desnudos para el otro
ya no te amo,
mi amor.

Julio Cortázar, Salvo el crepúscolo

Aplastamiento de las gotas

Yo no sé, mira, es terrible cómo llueve. Llueve todo el tiempo, afuera tupido y gris, aquí contra el balcón con goterones cuajados y duros, que hacen plaf y se aplastan como bofetadas uno detrás de otro, qué hastío. Ahora aparece una gotita en lo alto del marco de la ventana; se queda temblequeando contra el cielo que la triza en mil brillos apagados, va creciendo y se tambalea, ya va a caer y no se cae, todavía no se cae. Está prendida con todas las uñas, no quiere caerse y se la ve que se agarra con los dientes, mientras le crece la barriga; ya es una gotaza que cuelga majestuosa, y de pronto zup, ahí va, plaf, deshecha, nada, una viscosidad en el mármol.

Pero las hay que se suicidan y se entregan enseguida, brotan en el marco y ahí mismo se tiran; me parece ver la vibración del salto, sus piernitas desprendiéndose y el grito que las emborracha en esa nada del caer y aniquilarse. Tristes gotas, redondas inocentes gotas. Adiós gotas. Adiós.

Julio Cortázar, Historias de Cronopios y de Famas

Y sé muy bien que no estarás.
No estarás en la calle, en el murmullo que brota de noche
de los postes de alumbrado, ni en el gesto
de elegir el menú, ni en la sonrisa
que alivia los completos en los subtes,
ni en los libros prestados ni en el hasta mañana.

No estarás en mis sueños,
en el destino original de mis palabras,
ni en una cifra telefónica estarás
o en el color de un par de guantes o una blusa.
Me enojaré, amor mío, sin que sea por ti,
y compraré bombones pero no para ti,
me pararé en la esquina a la que no vendrás,
y diré las palabras que se dicen
y comeré las cosas que se comen
y soñaré los sueños que se sueñan
y sé muy bien que no estarás,
ni aquí adentro, la cárcel donde aún te retengo,
ni allí fuera, este río de calles y de puentes.
No estarás para nada, no serás ni recuerdo,
y cuando piense en ti pensaré un pensamiento
que oscuramente trata de acordarse de ti.

Julio Cortázar, El futuro

Ma molti mi hanno detto che il mio entusiasmo è una forma di immaturità (vogliono dire che sono un idiota, ma scelgono le parole) e che non ci si può entusiasmare così per una tela di ragno che brilla al sole, visto che se cadi in simili eccessi per una tela di ragno piena di rugiada, che cosa ti rimane per la sera in cui daranno Re Lear? Questo mi sorprende un po', perché l'entusiasmo non è una cosa che si esaurisce quando si è idioti per davvero, lo si esaurisce quando si è intelligenti e si ha il senso dei valori e della storicità delle cose, quindi anche se corro da una parte all'altra del Bois de Boulogne per vedere meglio l'anatra, questo non mi impedirà di fare grandi salti di entusiasmo proprio stasera, se mi piacerà come canta Fischer Dieskau. Adesso che ci penso, l'idiozia deve essere questo: riuscire a entusiasmarsi di continuo per qualunque cosa piaccia, senza che un disegnino su un muro si veda per forza sminuito dal ricordo degli affreschi di Giotto a Padova. L'idiozia deve essere una sorta di presenza o nuovo inizio continui: adesso mi piace questa pietruzza gialla, adesso mi piace L'année dernière a Marienbad, adesso mi piaci tu, topina, adesso mi piace questa incredibile locomotiva che sbuffa alla Gare de Lyon, adesso mi piace questo manifesto strappato e sporco. Adesso mi piace, mi piace tanto, adesso sono io, recidivamente io, l'idiota perfetto nella sua idiozia che non sa di essere idiota e gode perso nel suo godimento, finché la prima frase intelligente lo riporterà alla consapevolezza della sua idiozia e gli farà cercare subito una sigaretta con mani impacciate, guardando a terra, disposto a comprendere e a volte accettare perché anche un idiota deve vivere, com'è ovvio fino alla prossima anatra o al prossimo manifesto, e così per sempre.

Julio Cortázar, Il giro del giorno in ottanta mondi

Sì, signora, è ovvio che nell'atto razionale della conoscenza non c'è perdita di identità; anzi, il soggetto si affretta a ridurre l'oggetto in termini che sia possibile categorizzare e pietrificare, in cerca di una semplificazione logica a misura di sé (il commissario la trasferirà nella semplificazione ideologica, morale, ecc. che permette ai proseliti di dormire in pace). La condotta logica dell'uomo tende sempre a difendere la persona del soggetto, a far sì che l'uomo si trinceri davanti all'irruzione osmotica della realtà, sia l'antagonista del mondo per eccellenza, visto che se è ossessionato dalla conoscenza lo è sempre un po' per ostilità, per paura di confondersi. Invece, come vede, il poeta rinuncia a difendersi. Rinuncia a mantenere un'identità nell'atto della conoscenza proprio perché il segno inconfondibile, la voglia a forma di trifoglio sotto il capezzolo dei racconti di fate, gli è dato precocemente dal fatto di sentirsi un altro a ogni passo, di uscire con tanta facilità da se stesso per entrare nelle entità che lo assorbono ed estraniarsi nell'oggetto da cantare, nella materia fisica o morale la cui combustione lirica darà luogo alla poesia. Assetato di essere, il poeta non smette mai di protendersi verso la realtà cercando con l'arpione infaticabile della poesia una realtà sempre più profonda, più reale. Il suo potere è strumento di possesso, ma al contempo e ineffabilmente è desiderio di aspirazione al possesso; come una rete che pescasse per se stessa, un amo che fosse anche bramosia di pesca. Essere poeta è desiderare, ma soprattutto ottenere, nell'esatta misura in cui si desidera. Da qui le diverse stature di poeti e poetiche; c'è chi si accontenta del godimento estetico del verbo e procede nella misura corrispondente al proprio impulso a possedere; c'è chi irrompe nella realtà come un predatore di essenze e proprio per questo trova in sé lo strumento lirico che gli permetterà di strappare a quanto è altro una risposta che lo faccia diventare suo, lo renda suo, e dunque nostro; esempi come le Elegie duinesi o Piedra de sol infrangono per sempre la falsa barriera kantiana fra il limite della nostra pelle spirituale e il gran corpo cosmico, la vera patria. Guardi, signora, l'esperienza umana non basta a fare un poeta, ma lo rende più grande quando è vissuta parallelamente alla condizione di poeta e quando il poeta capisce la particolare relazione secondo cui deve articolarle. Tocchiamo qui la radice dell'equivoco romantico alla Espronceda o alla Lamartine, il fatto di credere che la condizione poetica debba essere soggetta all'esperienza personale (esperienza del sentimento e delle passioni, esperienza degli imperativi morali e sociali) anziché essere queste ultime, arricchite e purificate da un'intuizione poetica del mondo, ad agire in funzione di stimoli del verbo e a proiettarlo al di fuori del mero ambito personale affinchè diventi poesia e, proprio per questo, autentica opera umana. Perché in Keats, uomo dalla personalità inequivocabilmente definita sul piano morale e intellettuale, c'è un'apparente contraddizione fra l'"umanità" personale e il tono mai aneddotico, mai "impegnato" dell'opera? A che cosa obbedisce quell'infaticabile sostituire se stesso con diversi oggetti poetici, quel negarsi a essere presente come persona nella poesia?

Signora (e questo lo scriveremo a caratteri cubitali sulla porta del commissariato), proprio qui sta la chiara soluzione del problema. Solo i deboli tendono a enfatizzare l'impegno personale della propria opera, a ricercare un'autoesaltazione compensatoria nel campo in cui le loro attitudini letterarie li fanno sentire per un momento forti, solidi e dalla parte giusta. Molte volte si è autobiografici o panegiristi (le poesie all'eroe-io o all'eroe politico del momento, non importa) come in altri campi si è razzisti: per debolezza, per un vergognoso senso di inferiorità. Perché abbondare in esempi presenti in tutte le memorie, in poesie che oggi tanti celebri signori vorrebbero eliminare dalle loro opere complete? L'intima sicurezza che Keats ha della sua pienezza interiore, fiducia nella sua intrinseca umanità spirituale ("It takes more than manliness to make a man" diceva D.H. Lawrence, che di queste cose se ne intendeva) lo liberano tanto dal narcisismo confessionale alla Musset quanto dall'ode al liberatore o al tiranno. Di fronte ai commissari che esigono un impegno tangibile, il poeta sa di potersi immergere nella realtà senza parole d'ordine, sa lasciarsi prendere o essere lui a prendere con la sovrana libertà di chi possiede le chiavi del ritorno, la sicurezza di rimanere semppre lì ad aspettare se stesso, con i piedi ben piantati per terra, portaerei che attende senza timore il ritorno dei suoi sciami esploratori.

Julio Cortázar, Il giro del giorno in ottanta mondi