Citazioni appartenenti al genere "Riflessioni"

Aplastamiento de las gotas

Yo no sé, mira, es terrible cómo llueve. Llueve todo el tiempo, afuera tupido y gris, aquí contra el balcón con goterones cuajados y duros, que hacen plaf y se aplastan como bofetadas uno detrás de otro, qué hastío. Ahora aparece una gotita en lo alto del marco de la ventana; se queda temblequeando contra el cielo que la triza en mil brillos apagados, va creciendo y se tambalea, ya va a caer y no se cae, todavía no se cae. Está prendida con todas las uñas, no quiere caerse y se la ve que se agarra con los dientes, mientras le crece la barriga; ya es una gotaza que cuelga majestuosa, y de pronto zup, ahí va, plaf, deshecha, nada, una viscosidad en el mármol.

Pero las hay que se suicidan y se entregan enseguida, brotan en el marco y ahí mismo se tiran; me parece ver la vibración del salto, sus piernitas desprendiéndose y el grito que las emborracha en esa nada del caer y aniquilarse. Tristes gotas, redondas inocentes gotas. Adiós gotas. Adiós.

Julio Cortázar, Historias de Cronopios y de Famas

Non so chi sono, che anima ho.
Quando parlo con sincerità, non so con quale sincerità parlo.
Sono variabilmente altro da un io che non so se esiste (se è quegli altri).
Sento fedi che non ho.
Mi prendono ansie che ripudio.
La mia perpetua attenzione su di me perpetuamente mi denuncia tradimenti d'anima di un carattere che forse non ho, ne essa crede che io possegga.
Mi sento multiplo. Sono come una stanza con innumerevoli specchi fantastici che riflettono falsamente un'unica realtà precedente che non si trova in nessuno e in tutti.
Come il pianista si sente albero e perfino fiore, io mi sento diversi esseri.
Mi sento vivere vite altrui, in me, in modo incompleto, come se il mio essere partecipasse all'esistenza di tutti gli uomini incompletamente di ciascuno, attraverso una somma di non-io sintetizzati in un io posticcio.

Fernando Pessoa, Appunti sparsi

Molte notizie provengono dal cuore, l’accumulo è esorbitante, ma l’età non c’entra.

C’è, esterrefatto, uno speciale amore per la vita, come un big bang, un sentimento nascente, allo stato natura, quasi cinico nel senso esatto che intendeva Diogene.

C’è un crescente rifiuto per il plateale, il “pubblico”, l’immagine di me proiettata fuori a “sons et lumieres”, sinceramente sempre più insopportabili.

C’è un rifiuto fino al vomito per gli “universali” conclamati, per le leggi uguali per tutti, per l’idea somma che coincida con la somma delle idee che invece è sempre una differenza.

C’è un “arimortis”: una cosa è la democrazia un’altra la demolatria. Non è vero che possono parlare tutti: che gli stupidi tacciano, che gli stereotipi siano banditi, che non si riassuma più in termini di sopravvivenza personale il mistero sociale, l’irrompere di nuove culture. Che si metta un tassametro alle parole e alle paure. Le piccole solitudini che difendono i piccoli guadagni accumulati dai latrocini impuniti di padri bottegai mi fan vomitare. Io sono per le grandi solitudini. In una grande solitudine si parla con il mondo intero.

C’è un avvertimento di impotenza. Comunque mi muova, comunque mi agiti non è più quel tempo, o l’inizio di un tempo: siamo a metà o a tre quarti, o capovolti o fermi a ruote che slittano nel fango.

C’è che le idee sono più grandi degli uomini: che gli uomini, tutti gli uomini muovono le loro azioni per sè, per il loro piccolo clan, club, entourage, mafia, mafietta. Nessuno più, né da destra, né da sinistra (o forse nessuno mai?) cerca l’uomo ideale, la società ideale, di là del proprio interesse personale.

C’è il quadrato di difesa eretto a baluardo, perché gli indiani (o i messicani, o i barbari, o comunque gli altri) sono tanti e imbattibili. Nel quadrato si scrive poesia, si legge poesia, tutta la poesia possibile che sia d’immagini, suoni, parole o simboli.

C’è anche paura di aver cercato troppa poesia e di aver illuso qualcuno.

C’è paura di essere colpevole di utopia e sogni, essudati, insegnati ai figli, ai ragazzi, agli uomini come lezione di vita, quando la vita è poi ben altra cosa: paura di aver creato piedistalli fragili, nervi indifesi, menti e cuori impreparati al vero.

C’è silenzio, a volte come una magia positiva, come se il silenzio riassumesse tutti i suoni possibili al pari del bianco per i colori; a volte come oppressione insostenibile da lacerare subito con un urlo espressionista: chi lo sente, in casa mia c’è ormai abituato, ma se capita l’impellenza al bar o sul metrò, devo uscir subito, scappare.

C’è amore. Amo a distesa, amo a perdita d’occhio: ho invertito i poli, capito la sofferenza come guadagno, una sorta di interesse su un capitale infinito. Amo i miei, amo chi non può spiegarsi, amo chi naviga in vera coerenza, amo chi ride, chi ha riverenza del bello del comico, del tragico, chi non si erge, chi non fa chiasso, chi agisce per istinto, chi ama di là dei soldi, della presunzione, della sciatteria dei “media”, della paura di dio.

Molte notizie provengono dal cuore, altre verranno. Io ascolto, ascolto continuamente, e so che Omero è nuovo ogni mattina e niente è così vecchio come il giornale, ogni mattina.

Roberto Vecchioni, intervento in SuperGuida

Il viaggio crea la meta. La meta non è starsene seduti alla fine del viaggio, il viaggio la crea a ogni passo. Il viaggio è la meta. Il viaggio e la meta non sono separati, non sono due cose. La meta e i mezzi per giungervi non sono due cose. La meta si estende lungo tutto il viaggio; tutti i mezzi contengono in sé la meta. Quindi, non perdere mai la possibilità di amare, di essere vivo, di essere responsabile, di impegnarti, di coinvolgerti. Non essere un codardo. Confrontati con la vita, affrontala. Allora, piano piano, qualcosa dentro di te si cristallizzerà.

Osho, Quell'oscuro intervallo è l'amore

Perdonare? Meglio il silenzio.

Meglio restare muti sul ciglio dell’abisso del male. Muti. Senza l’obbligo di schermirsi, né tanto meno di rispondere, di fronte ai pescecani che, nello spasimo fervoroso di documentare ogni minima increspatura della fronte o incrinatura della voce, ci incalzassero fin sulla porta di casa per chiedere: "Ma lei perdona?". A chi dovremmo confidare i moti più intimi e privati del nostro cuore? A chi ci vorrebbe trasformare in un fotogramma compassionevole, edulcorato e consolatorio, all’interno di una trama da film dell’orrore? E se invece volessimo scegliere l’atteggiamento della iena che rimugina vendetta, verremmo ugualmente collocati nella sceneggiatura, ma nella parte opposta. Come in un film di guardie e ladri, come nella semplificazione di chi riduce tutto allo schema dei buoni e dei cattivi.

Meglio stare in silenzio. E come unico compagno, il dolore. Il dramma che è solo e soltanto nostro. Senza concedere al carnefice neanche l’onore del nostro odio. Tagliare tutto, ogni considerazione, ogni minimo segno di rapporto con chi ci vuole trascinare nel suo abisso. Scegliere l’indifferenza come forma di totale distacco, ma soprattutto come difesa del nostro spazio che non deve essere contaminato dalla seppur minima presenza, fosse anche quella del ricordo non rancoroso, della belva che ci ha fatto del male. Dicono che ci voglia coraggio per perdonare. Forse però ne occorre di più per restare immobili nella propria volontà di restare uomini, senza concedere nulla a chi uomo non dimostra di esserlo. Ne occorre di più per contrastare la più che spiegabile tentazione di farsi giustizia da soli.

Meglio restare nel silenzio, senza essere raggiunti dagli schiamazzi televisivi. Quando il sangue gronda, si slegano le gabbie degli psicanalisti e degli esperti di "nera" e si dà inizio al nuovo gran ballo sciamanico intorno al copione, introdotto dall’ovvia amenità secondo cui "a volte la realtà supera la fantasia". Tutto viene ridotto all’"hic et nunc", tutto deve essere analizzato adesso. Anche l’odio o il perdono devono essere proclamati ai quattro venti. Ora, subito. Ma esistono percorsi interiori che sono lunghi come la vita. E soprattutto esistono fatti più grandi, circostanze più misteriose. Come la morte. Meglio stare soli e in silenzio, a ripensare alle parole di Rosaria Schifani, moglie di un agente della scorta di Falcone. "Uomini della mafia, io vi perdono, però voi vi dovete mettere in ginocchio, se avete il coraggio di cambiare". Una pausa. Poi l’imprevedibile. O il realistico: "Loro non cambiano, non vogliono cambiare".

Anna Maria Mazzini (Mina), La Stampa, n.337 14.01.07