Citazioni appartenenti al genere "Ringraziamento"

Fino a quando ho compiuto vent'anni, e cioè fino all'anno della sua morte, la mano della Veronica mi ha curato tutti i mali indecifrabili per la scienza medica dell'epoca. Mi ha posto la mano sullo stomaco per gli spasmi del piloro, mi ha posto la mano sulla schiena per le frustrazioni dei miei lombi, mi ha posto la mano sulla fronte per scacciare dalla mia mente la paura. Diceva paura per nominare ciò che in effetti io stesso non potevo descrivere con chiarezza; usava una parola molto semplice e rozza, e forse, con quello che so adesso di me, usava l'unica parola buona.

La mano è grande, e ipertrofica, sproporzionata rispetto alla figura minuta della Veronica. Ma non è la mano di una vecchia contadina. Non porta ad esempio i segni dell'artrosi che già si notano nelle mani di sua figlia Anita. Il giorno del matrimonio, la Veronica ha settantacinque anni; con gli occhi dell'oggi potrebbe dimostrarne dieci di più. Lei, ma non la sua mano, che si dissocia dal resto del corpo come un'appendice estranea, uno strumento, un attrezzo liscio e tornito, in perfetta efficienza. La mano di un luminare che ha curato un intero paese per tutta la sua vita, finché non se n'è andata.

Maurizio Maggiani, È stata una vertigine

Mi sottomesso a cercare il modo di tornare a casa. Ce l'ho fatta perché mi ha aiutato un poliziotto, un ufficiale che comandava una squadra intorno alla stazione Brignole. Mi ha indicato lui una strada sicura da fare. E abbiamo parlato. Abbiamo incominciato, mi pare, soprattutto per sfogare un po' della tensione che avevamo accumulato, io di qua lui di là, sulla strada del disordine da ormai dieci ore. Non sono stato molto discreto con lui, non gli sono stato granché di aiuto per la sua tensione. Perché avevo visto picchiare così tanta gente? perché la gente che ho visto picchiare era quella sbagliata? Gente inoffensiva, gente spaventata, gente incapace persino di ripararsi la testa con le mani. Gente con le mani stupidamente, inutilmente alzate. Perché?

Se n'è stato a sentire per un po', un bel po' devo dire; zitto con gli occhi sulla mia faccia, e dentro gli occhi un qualche rammarico privo di astio, come se fossi stato io a rovinargli la giornata e però non si sentisse di farmene una colpa. Era un uomo di più di quarant'anni, grosso, con una faccia grossa e due grossi baffi. Nel guardarmi il baffo sinistro gli vibrava leggermente; non erano le labbra a fremere, come succede quando uno ha un attacco di ansia o di rabbia, solo il baffo, come se quel baffo provasse con discrezione a staccarsi senza farsene accorgere e andarsene per suo conto. Non mi ha picchiato, come avrebbe potuto fare e come forse gli sarebbe tornato utile per la sua tensione. Ha cercato una buona risposta e poi me l'ha data, "Vede - e mi ha mostrato il casco e la maschera antigas che teneva in una mano - vede, quando porto questi affari addosso, io non vedo e non sento più niente."

Ecco di cosa ho avuto paura, e l'ho avuta in cuor mio sin dal giorno che hanno issato le barriere, anche se le parole precise della mia paura le ho sapute solo alla fine degli scontri per bocca di un tuo collega: ho avuto paura che tu potessi essere lì a fare il tuo lavoro senza poter vedere né poter sentire. E di incontrarti. E se mi chiedo cosa possa far accettare a un uomo il non sentire e il non vedere ciò che sta facendo con le proprie mani, e con le armi che tiene tra le mani, so già rispondermi che ci sono molti uomini, uomini per bene come quel tuo collega, che fanno quello che devono fare, punto e basta. E pensano sinceramente, da brava gente com'è, di non poter fare che così. E forse e vero.

E allora Dio voglia che tu non ci sia. E se questo non è possibile, perché neppure Dio ce la fa a cambiare gli ordini di servizio, allora Dio voglia che non ti incontri: non vedendo e non sentendo, potresti anche non riconoscermi.

Maurizio Maggiani, È stata una vertigine

Le nostre parole erano come mattoni, alberi, finestre, erba e cieli: ci servivano per costruire un regno. Ci vuole del tempo per farlo.

[...]

Penso che tua madre e io avremmo preferito morire piuttosto che finire le nostre parole e interrompere la costruzione del nostro regno. Lo volevamo infinito, così come pensavamo che la nostra vita sarebbe stata infinita. Ci raccoglievamo l'anima tra le mani - io la sua, lei la mia - e guardavamo un panorama sterminato; poi la rovesciavamo, e allora piano piano cominciava a cadere la neve. Eravamo commoventi come una palla di vetro con dentro l'amore.

Maurizio Maggiani, È stata una vertigine

Innamorarsi, naturalmente, è un buon modo per farla finita con la perfezione.

Maurizio Maggiani, È stata una vertigine

Un bel po' in là nel tempo, quando ancora era piccolo, piccolo quanto la bambina che ama, e suppergiù con gli stessi anni di lei. Allora era anche lui un bambino che coltivava un suo recondito disegno, un bambino a cui non dispiaceva giocare nella penombra e parlare sottovoce di cose segrete ai suoi cavallini. Che forse non erano cavallini, ma più probabilmente aeroplani e navi. Pensava e sentiva cose che crescevano dentro di lui in modo misterioso, forse la notte, o quando, durante il giorno, sognava. Quelle cose non sapeva dirle a nessun altro se non ai suoi aeroplanini. E se capitava a volte che provasse a dirlo a qualcuno, per amore, per paura, per vanto, uscivano fuori sotto forma di parole attorcigliate che lo facevano sentire prigioniero e solo.

Per questo motivo qualche volta piangeva. Piangeva per l'enorme sforzo che faceva, per la disperante frustrazione che ne ricavava. E siccome detestava infastidire chicchessia con le proprie lacrime, asciugava il suo pianto bevendolo. Voleva che tornasse giù da dove era venuto; voleva che nessuno fosse rattristato dalla sua tristezza. Gli era giunta voce che era molto difficile che i bambini tristi potessero essere amati.
Se qualcuno lo sorprendeva a bere le proprie lacrime, allora si sforzava di spiegare che gli sembravano zuccherate, che erano buone. Diceva che erano goccioline di zucchero. E nessuno trovava da ridire.
Invece sono salate, riconosce l'uomo, tali e quali a quelle di una volta.

Maurizio Maggiani, È stata una vertigine