Citazioni appartenenti al genere "Racconto"

Vorrei portarti con me.
Resisteresti poco, al freddo senza l’afa estiva ma sarebbe un'esperienza diversa, no? Poi ti riporterei indietro, come è giusto che sia. Ma per un po’ ti porterei con me.

Ti racconterei le cose che non avrò il tempo di finire di dirti. Solo per quello, per trovare il modo che duri di più. Ti farei guardare il mare freddo, così apprezzeresti il tuo. Ti farei una foto e la lascerei nel cassetto per le volte che avrò voglia di guardarti con i capelli scompigliati e il sorriso accennato.

Mangeremo e dormiremo poco perché non ci sarebbe il tempo; tutto quello che vorresti cercherei di dartelo. Ti farei esprimere un desiderio e lo esaudirei. Solo uno, perché tre non sarei capace.

Ti farei almeno un paio di domande scomode, perché così ti fideresti di me; perché così, se ti telefonassi almeno una volta, sussulteresti un pochino e quando deciderai di andare via, ci sarà almeno una volta in cui vorrai tornare.

Vorrei che ti fossi innamorata di me, per chiedermi di restare. Ma forse tu impieghi tanto per innamorarti e allora è per questo che vorrei portarti con me: per farti innamorare.

Verresti?

No, non verrei. Perché dovrei? Non credo che mi riporteresti indietro, non voglio che tu faccia di tutto per me. Il suono è simile a quello della tua voce, non della mia: vorrei che lo capissi e te ne rendessi conto. Le tue parole sono esigenti e mi si stringono al cuore. L’unisono tra di noi non funziona. Il moto di due anime in una non esiste. Non vorrei foto di questo momento, né motivi per lasciare che non finisca. È doloroso da ricordare. Cosa c’è di poetico in una sensazione moritura?
Se lo volessi, non farei in modo che arrivi la fine. Perché è questo il punto: io sto facendo in modo che l’ultimo secondo di tutto accada, capisci? Permettimi di dire di no. Permettimi di non esserti accanto. Permettimi di decidere di non esserci come vuoi tu.
Pensare che sia per due, per renderti i pensieri più facili; lo sai che mi stai raccontando una bugia mentre mi chiedi "verresti?"
Certo che lo sai.

Venire? Cosa potrebbe dire? Cosa saremmo?

La mia automobile scivola da sola verso casa mentre rileggo le tue parole. Cerco di trovare interpretazione, tentando di valicare le frasi così come sono – cunei – e trovarci l’intenzione inespressa di dire dell’altro. Cerco titubanze, virgole, mi soffermo sui dettagli. Ma io di dettagli non capisco nulla. Non so come sono fatti, in verità.

Potrei rimanere attaccato alla balaustra a due mani, mangiare tutte le merendine della macchinetta accanto all’ingresso del gate pur di restare a guardare il fiume da un lato e la strada dall’altro. Fissare l’asfalto fino a farmelo entrare negli occhi e bucarmeli per non vedere la via di casa: questo dovrebbe accadere affinché io vada via da qui e mi rassegni alle tue parole. Credevo di non essere capace di rimanere in silenzio a guardare.

Sono solito pensare di me cose molto positive: grande cuore, grande testa, spirito d’iniziativa, forte indipendenza; pensavo di non essere capace di restare a guardare inerme. È una di quelle circostanze che non si addicono agli spiriti vincenti. È come ammettere di avere un buco scoperto e lasciare che qualcuno ci infili un dito dentro, stracciando carne e tessuti, graffiando vasi, fino a tingere di rosso i vestiti e non poter, così, celare l’affanno.

Eppure io sono un tipo sveglio, non mi lascio abbindolare facilmente; ho sempre saputo tenerle a distanza e prosciugarne il necessario. Ecco, sì: non sono mai andato al di là del necessario con quasi nulla. Solo di foglie d’albero ne ho troppe, perché ne faccio collezione.

Ne ho mangiate molte di merendine della macchinetta ma adesso, alla guida, con le mani poco convinte e smaniose, non ne ricordo il sapore singolo e anche gli incartamenti mi paiono tutti uguali. Non posso distinguere il caramello dal fiordilatte e questi dal cioccolato: ho un solo amalgama appiccicaticcio nella bocca.

Mi sembra strano sentirmi così sopra le righe. Mi sembra strano, ancora, sentire quegli occhi addosso. I tuoi e i miei insieme, che erano altro, lo sono stato lo so, lungo il fiume e poi sono irrimediabilmente scomparsi dopo un battito di ciglia. Un movimento fisiologico ne ha decretato la fine ed io lo vado cercando, adesso, mentre mi dirigo verso casa, seguo la scia per provare a seguirti.

Che pena. Sperare, intendo. È la pena di chi non sa rinunciare.

Non so raccontare una volta in cui tu mi avevi detto di essere felice, in effetti. E nemmeno una volta in cui te l’ho detto io, d’altronde. Non credo minimamente di esserti venuto incontro per davvero, con foga ed eccitazione, per abbracciarti di sorpresa.
Non mi viene in mente la prima volta che t’ho visto. So quand’è, con precisione, perché io ero al bancone di un bar con una ragazza che mi piaceva molto. E che ho abbracciato con slancio e voluto tante di quelle volte da essermene invaghito e addirittura innamorato a un certo punto.

Ricordo d’averti preso in consegna nella mia mente, ma non d’averti visto. Non so nemmeno com’eri vestita. So solo che ti sei passata una mano tra i capelli, il gesto più comune che si possa recuperare nella memoria. Eppure io l’ho registrato. In realtà potrebbe essere falso. Potrei aver traslato la mano di un altro sulla tua e adesso cucirti addosso un movimento che non t’è appartenuto.
Avevi un braccialetto che si compra al mare, di quelli di cotone colorato, che dicono porti fortuna e poi, un giorno, si spezzi per far avverare un desiderio. Di quelli che hanno tutti, eccetto me, poiché io non li sopporto: rimangono bagnati per ore, dopo la doccia, ed umidi sulla pelle.

Mi sono chiesto quale potesse essere il tuo desiderio. È la prima cosa su cui mi sono interrogato guardandoti quella volta e pensandoti i giorni successivi. Se tu avessi un desiderio sopra tutti, se fosse legato a quel braccialetto o a un sentimento. Ho sentito il bisogno di saperlo, come se fosse il tuo nome.
Avevi anche un anello costoso. Sottile, ma prezioso. Un anello facile, che non sorprende se lo regali. Non so perché l’avessi notato. Niente a che vedere coi tuoi occhi, mi rendo conto. A chiunque avessi chiesto di te nei giorni seguenti, continuavo a dire di non avere in mente i tuoi occhi: eppure sono meravigliosi. Non mi viene un’altra parola in mente. Dovrei inventarla ma non sono capace, tu lo sai. Posso fartelo intuire ma non so spiegarlo.

Non capisco perché non me li sono incollati addosso. Avevo notato di te solo i dettagli peggiori fra tutti gli altri; ciononostante ti cercavo già il giorno dopo. Mentre passeggiavo sotto casa tua, nelle sere a seguire, speravo di notare i tuoi movimenti alla finestra oppure con chi saresti uscita. Desideravo vederti da sola, che, una volta sull’uscio, ti guardassi intorno e vedendomi rimanessi piacevolmente compiaciuta.
Avrei voluto essere io nei tuoi sogni, a ispirare i tuoi sonni e farti felice. Ma lo so di non potere. Eppure questa consapevolezza non m’ha fatto smettere di volerti portare via con me.

Non capisco. Non capisco cosa vuoi dire. Mi pare assurdo che tu pensi di poter amarmi. Quanto abbiamo passato insieme? Non capisco perché tu voglia portarmi con te. Non sai nulla.

Ti ho rubato anche un sorriso triste quella sera. È andata così: io ti ho guardata per un momento, mentre ti passavi le mani nei capelli, e stavi sorridendo, ma non alla persona con cui parlavi. Sorridevi, rivolta verso il basso come per un pensiero veloce da far svanire. E, rivolto di nuovo il tuo volto verso l’alto, ti ho sorpresa triste, come se quel pensiero felice andasse celato.

Sorridi solo quando qualcuno o qualcosa ti fa ridere, ma non dovresti. A me piace, ma non dovresti. La felicità pare si auguri a tinte pastello e così mi tocca fare, con te, adesso: cercare di farti togliere dal viso i tuoi sorrisi tristi, come ho sempre fatto, d’altronde.

Potremmo essere in giro a passeggiare in una città qualunque, col caldo, mano nella mano e io dovrei accorgermi del tuo sorriso triste e allora darti un bacio o prenderti il viso e farti fare una smorfia che mimi la gioia. Sorrideresti e il mio desiderio di felicità per te sarebbe compiuto. La verità è che i tuoi sorrisi tristi a me piacciono, perché a te stanno bene, perché li sai trattare, li sai adoperare e mettere in fila senza che rompano le righe. Se lo facessi io sarei penoso.

Questo è il punto: faccio pensieri e desidero cose nuove. Non importa cosa so. Per la prima volta, non importa.
Non so da dove vengono o come si chiamino e non potrei spiegarle a nessuno eccetto te, con un po’ di tempo, con un po’ di pause, con quei silenzi che non saprei riempire, all’inizio. Ma potrei imparare.

Sono un pessimo romantico, lo ammetto. È per questo che non sono riuscito a farti innamorare. Lo so che è così. Ho immaginato che potessi bastare io, con i miei modi normali e l’aria spavalda. Fintamente sicura. E del tempo, per spiegarti quello che manca, per farti vedere che ne sarebbe valsa la pena, alla fine.

Ho provato, che dire, a farmi scegliere. Ho sperato. Dovevo. Era una possibilità, capisci? Come fare a metterla via, a dimenticarla. Forse aspettando, forse non era il momento. Forse io e te abbiamo un altro tempo. Sono sicuro che con qualche giorno in più, ora in più, ti avrei portato via con me. È l’idea che almeno una volta succeda, no? Hai presente? Quell’idea invasiva e sotterranea che si inabissa o si palesa e lo fa una volta sola per tutte e se l’avverti non puoi far finta di niente se hai un po’ di senno.
Come un sibilo fluttuante e sinuoso.

A me è successo questo: non sono riuscito a fare finta di niente, non volevo, in fondo. Non potevo far altro che cercare di portarti con me, dal profondo, per egoismo quasi, per farmi stare bene. Anche se sapevo di non potere. Anche se era rischioso. Anche se tu non vuoi, anche se, infine, la tua felicità non dipende da me.
E non posso fare a meno di chiedertelo di nuovo. Solo per essere sicuro.
Verresti?

Autore incerto. Citazione attribuita a Italo Calvino, come proveniente da "Prima che tu dica «Pronto»" o "Gli amori difficili".

Nel 1907 una donna di San Francisco di nome Alice B. Toklas arrivò a Parigi. Doveva incontrare una connazionale che viveva là. Era emozionata, perché aveva sentito molto parlare di Gertrude Stein. Nel 2011 una donna di Londra di nome Louise viaggiava in Eurostar diretta a Parigi. Louise era pensierosa. Viaggiava da sola perché stava cercando di capire qualcosa sull'amore. Louise aveva una relazione; le ricordava una nave, solo che nel suo caso si trattava di una barchetta a remi portata da lei, con una cabina riservata all'amante. L'imbarcazione dell'amante era molto più grande, con tanto di equipaggio e passeggeri. C'erano sempre feste in corso. L'amante viveva al centro di un mondo rutilante. Quello di Louise iniziava e finiva con lei: autosufficiente, isolato, intenso. Louise non sapeva come conciliare questi opposti - sempre che di opposti si trattasse - e per giunta era proprio lei a desiderare una convivenza. L'amante non era d'accordo, preferiva lasciare le cose com'erano; Louise la solitaria e l'amante, così socievole, non potevano stare sulla stessa barca. Così Louise si era messa in viaggio da sola per Parigi. Louise sono io. Presi il metro fino a Cité. A piedi, passai davanti a Notre-Dame e pensai al corpo deforme del gobbo Quasimodo appeso alle funi delle campane, per amore di Esmeralda. Quasimodo era sordomuto. Cupido è cieco. Freud definiva l'amore "una sopravvalutazione dell'oggetto". Ma per te io sarei pronta ad affrontare lo scampanio del mondo. Alice Toklas non aveva alcuna esperienza dell'amore. Sua madre era morta troppo presto - sia per sé, sia per Alice - e la figlia era rimasta a casa, a suonare il piano e a occuparsi del padre e dei fratelli. Sbrigava gli ordini dal macellaio, teneva i conti, sovrintendeva alla cucina. E poi arrivò a Parigi e incontrò Gertrude Stein. Anche Gertrude Stein aveva perso la madre da giovane - un lutto che non si supera mai fino in fondo; anzi, non si supera affatto; lo porti sempre con te, come una ferita aperta - ma per fortuna la sua storia non finì lì. Gertrude disponeva di una rendita privata, modesta ma sufficiente. Lei e il fratello Leo avevano da tempo lasciato gli Stati Uniti per stabilirsi a Parigi, in rue de Fleurus. Gertrude scriveva. Leo dipingeva. Compravano quadri moderni. Acquistarono le opere di Matisse e di Picasso quando ancora erano snobbate da tutti. Pablo e Gertrude divennero grandi amici. Ma Gertrude si sentiva sola. Era una scrittrice. E soffriva di solitudine. Mi trovo a ricascare ogni volta nella stessa condizione di solitudine. È colpa del sesso? Se non fosse per il sesso, non saremmo tutti perfettamente appagati dai nostri amici, dalle loro confidenze, dalla loro compagnia? Io voglio bene ai miei amici. Sono una buona amica per loro. Ma appena mi innamoro comincio a sentirmi sola. Ho un'amica che sa essere felice senza amore; si prende un amante quando ne ha voglia, ma senza darsi il disturbo di innamorarsi. Io me la cavo malissimo senza amore. Intristisco, sospiro, dormo, sogno, apparecchio per due e resto a fissare il posto vuoto. Potrei invitare un amico - a volte lo faccio - ma non è questo il punto; il punto è che mi ostino a chiedermi dove sei, anche quando non esisti. A volte ho delle storie. Ma per quanto soddisfacente, il sesso mi fa sentire defraudata: l'intimità senza il costo. E il costo lo conosco bene: più ti amo, più mi sento sola. Il 23 maggio 1907 Gertrude Stein conobbe Alice B. Toklas. Gertrude: grassa, sexy, geniale, autorevole. Alice: un minuscolo unicorno, nervosa, intelligente, guardinga, ostinata. Quando Gertrude la accolse nel suo atelier al 27 di rue de Fleurus, Alice cercò dove sedersi, inutilmente. Le sedie erano tutte taglia Stein, mentre Alice era taglia Toklas, e i piedi non le arrivavano al pavimento. "Il mondo non smette mai di girare", disse Gertrude, "ma a un certo punto ti dovrai pur sedere da qualche parte". Ti sedetti di fronte, e mi piacque il tuo aspetto arruffato; i capelli sugli occhi e la trascuratezza strategica degli abiti. Eravamo superstiti di altri naufragi. Tu avevi un'aria triste. Io volevo rivederti. Per un po' comunicammo via email, corteggiandoci con font e pixel. Hai mai...? E adesso...? Ti piacerebbe...? Chissà se...? Ogni mattina Miss Toklas faceva recapitare un petit bleu a Miss Stein, per organizzare una passeggiata nei Jardin du Luxembourg, o visitare una libreria o vedere una mostra. Un giorno Alice arrivò in ritardo. Gertrude era su tutte le furie. Alice riprese i guanti e fece per andarsene, ma mentre attraversava il cortile Gertrude la richiamò indietro: "Non è troppo tardi per una passeggiata". Andammo a passeggiare a Hampstead Heath. Camminammo per due ore filate, girando in tondo. Circonferenze disegnate dal ruotare di un doppio compasso, il tuo desiderio e il mio. Nel punto in cui si incrociarono, ci baciammo. Quella tra Stein e Toklas era una relazione sessuale. Andarono in vacanza insieme - il caldo torrido in Italia e Gertrude che amava camminare sotto il sole di mezzogiorno. Parlavano della Bisbetica domata, la commedia di Shakespeare, quella in cui Petruccio piega Caterina al suo amore. Strano testo. Decisamente non un manifesto femminista. Gertrude: Una moglie dipende dal marito: è questa la tesi di Shakespeare. Alice: Tu però non ti sei mai sposata. Gertrude: Mi piacerebbe avere una moglie. Alice: E come sarebbe, tua moglie? Gertrude: Appassionata, capace, intelligente, presente. Sì, molto presente. Alice: Tra dieci giorni devo tornare a San Francisco. Gertrude: Mi piacevano molto le tue visite quotidiane in rue de Fleurus... Mentre risalivano in silenzio la collina che culminava nel sole, Alice cominciò a togliersi i vestiti - le calze, il corsetto rosso ciliegia. Stava spogliandosi del passato. Sedettero in cima alla collina, e Gertrude distolse lo sguardo. Gertrude: Alla resa dei conti, si è sposati al letto. Fu l'inizio della loro storia d'amore. Io incontrai il mio amore due anni fa, e mi innamorai. Irretita come una stella vagante nell'orbita di Venere. L'amore mi aveva catturata. Mi teneva stretta. Un amore come lacci ai polsi. Come una voce che arriva da lontano. Amo la tua voce al telefono. Nel quai sotto la mia finestra un ragazzo magro suona la chitarra. Canta: "All You Need Is Love". Le coppie che passeggiano mano nella mano gli lanciano delle monete perché vogliono convincersi che sia vero. Vogliono convincersi di essere veri. Ma il problema dell'amore è più difficile da risolvere della Teoria del Tutto. Se tu fossi Dante diresti che sono la stessa cosa: "Amor che move il sole e l'altre stelle". Ma l'amore è in pericolo. Un tempo era una faccenda di donne - la nostra sfera d'azione, l'occupazione della nostra vita, dare amore, fare l'amore, riparare l'amore, averne cura. Agli uomini serviva che le donne si dedicassero all'amore per essere liberi di fare tutte quelle cose impossibili senza l'amore - eppure nessuno ammetteva la segreta necessità dell'amore. Tranne in quelle dediche: A Mia Moglie. Adesso abbiamo un nostro stipendio e il diritto di voto. Siamo donne in carriera (l'espressione "uomo in carriera" nemmeno esiste). Non ci occupiamo più solo dell'amore. Siamo più dell'amore. Abbiamo ottenuto l'indipendenza. L'uguaglianza. Ma... cosa ne è stato dell'amore? Credevamo che sarebbe esistito sempre, come l'aria, come l'acqua, come l'estate, come il sole. Che sapesse arrangiarsi da solo. Non avevamo messo in conto le cure silenziose che servono a mantenere l'amore regolare come la luce. Anche l'amore è un ecosistema. Non puoi sfruttarne l'acqua e la terra, estrarne le risorse e soffocarlo con il cemento, e poi chiederti che fine hanno fatto gli uccelli e le api. L'amore è il nostro habitat. Il Pianeta Amore. Quando ti conobbi, la cosa che trovavo più sorprendente e commovente era che mi rispondessi sempre al telefono. Non ti credevi così importante da negarti. Anche se lo sei, attribuivi all'amore un'importanza maggiore. Cominciai a crederci. A credere in te. L'amore ha qualcosa di religioso: si fonda sull'invisibile e fa miracoli. E comporta sempre un sacrificio. Non credo che oggi si parli più dell'amore in termini reali. Si parla di collaborazione. Di flirt. Di sesso. Di divorzio. Mi sembra che dell'amore non si parli affatto. Alice Toklas non fece più ritorno a San Francisco. Non rivide mai più la sua famiglia. Nel giro di poco, il fratello di Gertrude, Leo, lasciò la casa in rue de Fleurus, e Alice prese il suo posto. Lei e Gertrude restarono insieme ogni giorno per quarant'anni. Devo riscriverlo? Restarono insieme ogni giorno per quarant'anni... E non smisero mai di fare sesso. A Gertrude Stein piaceva far raggiungere l'orgasmo ad Alice; lo chiamava "fare uscire la mucca", nessuno sa perché - a meno che Alice facesse "muuu" quando veniva. Gertrude si definiva "la miglior dispensatrice di mucche al mondo". Le piacevano anche le ripetizioni: di verbi, parole, orgasmi. Noi amiamo le abitudini dell'amore. Il tuo modo di pettinarti. Di bere il caffè. Come mi dai le spalle nel letto ogni mattina per farti abbracciare da dietro. Come mi apri la porta appena mi vedi rincasare. Uscendo, alzo sempre gli occhi verso la finestra perché so che mi guardi, che vigili su di me. E allo stesso tempo l'amore deve rinnovarsi ogni giorno. Quella fresca e umida sensazione dell'amore appena alzato. Gertrude Stein ha scritto che "l'altrove non è un luogo", respingendo contemporaneamente il materialismo e ogni forma di consolazione. Mi sento sola quando amo perché avverto l'immensità del compito di alimentare e avere cura dell'amore. Mi sento inadeguata, sopraffatta. Sono certa del fallimento. Così mi sottraggo e mi aggrappo, simultaneamente. Ho bisogno della tua presenza, in casa mia, ma non voglio rivelarti il mio nascondiglio. Abbracciami. Non avvicinarti troppo. Decisi di raggiungere a piedi il Musée Picasso perché esponeva, su prestito del Metropolitan Museum di New York, il ritratto di Gertrude Stein dipinto da Picasso. È un quadro celebre. Sulla tela, Gertrude appare massiccia, il suo volto sembra una maschera Kabuki. Non le somiglia, ma non potrebbe essere che lei. Dopo novanta sedute di posa, Picasso ancora non riusciva ad azzeccarle la testa. Gertrude disse: "Cancella, e rifalla quando io non ci sono". Picasso seguì il consiglio, e Gertrude fu molto soddisfatta del risultato. Appese il quadro sopra la mensola del caminetto, e durante la Seconda guerra mondiale lei e Alice se lo portarono in campagna, dove avrebbero abitato per cinque anni, avvolto in un lenzuolo, nella loro vecchia Ford decapottabile. Gertrude disse a Picasso: "Dipingi quello che c'è davvero. Non ciò che vedi, ma quello che c'è davvero". Avrò mai un simile coraggio? Azzardarmi a guardare oltre gli schermi che mi proteggono dall'amore, invece che lasciarmi vincere dalla paura che mi costringe a troncare, a fuggire, o ad accontentarmi della versione diluita? Tutte cose che ho fatto in passato. E per il resto del tempo, mi dico che sono una donna indipendente che non dovrebbe limitarsi all'amore, o farsene limitare. Ma l'amore non ha limiti. È uno stato permanente, come l'universo. E tuttavia l'universo è lontano, tranne questo nostro pianeta, e l'amore non significa nulla se non lo stringiamo concretamente tra le dita. Dammi la mano. Al museo c'è una gita scolastica. I Picasso non li degnano di uno sguardo; si accalcano ridendo intorno a un iPhone. Poveretti, sono su Facebook, intenti a postare foto della gita. Fanno sesso continuamente perché fottere è la nuova frigidità. Basta guardare i loro profili su Facebook, così spavaldi, e infelici. L'oscenità del fattore F: Facebook, fottere, frigidi, finti. Gertrude Stein definì quella tra le due guerre "generazione perduta". Noi siamo la generazione dell'upgrade. Pretendiamo sempre l'ultimo modello: cellulare fidanzata macchina. Gertrude Stein detestava le virgole. È logico, quando macchina cellulare fidanzata sono la stessa cosa, sono intercambiabili. Perché accollarmi la fatica dell'amore, quando il mio oggetto d'amore è sostituibile? Gli uomini rottamano da sempre le loro donne, il femminismo non può farci nulla. Ma adesso le donne rottamano se stesse: nuovi seni, nuova faccia, nuovo corpo. Cosa ne sarà di quelle ragazzine che ridacchiano incantate dal loro iPhone? Sono la generazione dell'upload. Seguaci dello spietato dio del social network. Hanno fifa. F di fifa. In un mondo tanto desolato e guasto, che possibilità restano all'amore? Si è ridotto ai siti di appuntamenti online, bytes d'amore. A un flusso di pezzi di ricambio del corpo. Ma se anche tra noi dovrà finire, voglio avere la certezza che abbiamo dato abbastanza tempo all'amore. Ci vuole tempo per avvicinarsi a te. Gertrude Stein non permetteva a nessuno di metterle fretta, anche se non le piaceva aspettare gli altri. Il suo tempo le apparteneva. Aveva un grande barboncino bianco di nome Basket, e insieme giravano a piedi tutta Parigi. A volte Gertrude e Alice lo portavano fuori in macchina, e Alice entrava nei negozi - le piaceva fare compere - mentre Gertrude la aspettava fuori - lei preferiva così. Seduta nell'auto, prendeva appunti sul suo taccuino. Scriveva tutti i giorni, ma solo per mezz'ora. "Ci vuole un sacco di tempo per scrivere mezz'ora", diceva. Continuò a scrivere restando inedita per trent'anni. Poi, nel 1934, l'Autobiografia di Alice Toklas, finita in sei settimane, diventò uno straordinario bestseller. Gertrude e Alice si imbarcarono sulla SS Champion e salparono per New York. Alice si era comprata una pelliccia. Gertrude un cappello di pelle di leopardo. I loro abiti da viaggio erano firmati Pierre Balmain, a quel tempo appena un ragazzo. Quando approdarono a New York insieme al guardaroba nuovo, l'insegna luminosa di Times Square annunciò: gertrude stein è arrivata a new york. "Come se non lo sapessimo già", commentò Alice. I giornalisti presero d'assedio l'Algonquin Hotel. I venditori ambulanti di wurstel e pretzel osservavano la scena dall'altro lato della strada. Ambulante 1: Quella massiccia come un macigno è Gertrude Stein. Ambulante 2: Quella sottile come un cesello... Ambulante 1: ... è Alice B. Toklas. I flash dei fotografi lampeggiavano come davanti a due stelle del cinema. Reporter: Ehi, Miss Stein, perché non scrive come parla? (risate) Gertrude: Perché lei non legge come scrivo? Ridono tutti. Gertrude ama la fama. La fama ama Gertrude. Ambulante 2: E i mariti dove li hanno lasciati? Ambulante 1: Non ne hanno. (Fa scorrere un wurstel dentro a un pretzel, con un'espressione eloquente) Ambulante 2: (fischia tra i denti) Dici sul serio? Credevo fossero americane. Ambulante 1: Certo, ma hanno vissuto a Parigi. Vivere con te sarebbe il massimo del romanticismo. Io sono romantica, e questa è la mia linea di difesa contro l'amore mercificato. Non voglio comprarlo, ma nemmeno prenderlo in affitto. Vorrei trovare un modo perché i giorni con te siano davvero nostri. Vorrei portare qui i miei bagagli, e disfarli. Tu dici che ci porterebbe al fallimento, alla frustrazione, alla fine. Sempre quella oscena F. Io in questo caso preferisco la P di perdono. Nel 1946 Gertrude Stein fu ricoverata d'urgenza all'American Hospital di Neuilly. Le diagnosticarono un cancro allo stomaco. Appena pochi mesi prima, nel 1945 - a guerra finalmente finita - Gertrude e Alice erano tornate a Parigi, e avevano trovato il loro appartamento sotto sequestro della Gestapo. Argenteria e biancheria di casa erano state confiscate, e i quadri erano già imballati, pronti per essere trasferiti a una collezione tedesca; andava così, se eri ebreo. Alice ne rimase sconvolta, ma Gertrude insistette per riappendere il suo ritratto di Picasso sopra la mensola, accomodarsi sulle loro due poltrone, ai due lati del caminetto, e prendere il tè. "L'appartamento è ancora qui. Tu sei qui. Io sono qui", disse. In ospedale, i medici entrarono nella stanza. Le somministrarono l'anestesia. Le avevano sconsigliato di sottoporsi a un intervento, ma Gertrude non credeva nella morte - non nella sua, quantomeno. Non credeva nemmeno nell'aldilà. Non c'era luogo, altrove. Era tutto qui. Gertrude Stein esisteva al presente. Prese la mano di Alice, e disse: "Qual è la risposta?". Ma Alice piangeva, e si limitò a scrollare la testa. Gertrude scoppiò in una delle sue belle risate di cuore. "E allora, qual è la domanda?". La portarono via sulla barella. Alice seguì la sua amante, camminandole accanto come se non avesse fatto altro per tutta la vita. Gertrude non tornò più. La domanda è: come amiamo? È una domanda personale, da fare a quattr'occhi, intensa, privata, spaventosa, necessaria. È anche una domanda per il mondo, rabbiosa, respingente, esigente, difficile. L'amore non è sentimentale. L'amore non è la seconda scelta. Le donne dovranno alzare le braccia armate in difesa dell'amore. Prendimi tra le tue braccia. Non abbiamo altro luogo che questo?

Jeanette Winterson, Tutto quello che so di Gertrude Stein

«[...] la separazione di fuori e dentro è abituale al nostro pensiero, ma non gli è indispensabile. Il nostro spirito ha la possibilità di superare il limite che gli abbiamo imposto, verso l'aldilà. Al di là delle antinomie di cui è composto il nostro mondo, hanno inizio conoscenze nuove, diverse. - Ebbene, caro amico, devo confessarti una cosa: da quando il mio pensiero è mutato, per me non esistono più parole e massime univoche; ogni parola possiede decine, centinaia di significati. Qui ha inizio ciò che temi: la magia.» [...]

«Posso aiutarti?» chiese Erwin.
«Non so. Fa' come vuoi. Raccontami di più della tua magia! Dimmi come fare perché l'idolo possa di nuovo uscire da me.»
Erwin pose una mano sulla spalla dell'amico. Lo condusse alla poltrona e ve lo fece sedere.
Poi parlò con cordialità, sorridendo, con voce quasi materna:
«L'idolo uscirà di nuovo da te. Abbi fiducia in te stesso. Hai imparato a credere in lui. Adesso impara ad amarlo! Esso è dentro di te ma è ancora morto, è ancora un fantasma per te. Sveglialo, parlagli, ponigli quesiti! Esso è te stesso! Non lo odiare più, non temere, non lo tormentare - quanto hai tormentato quel povero idolo che pure eri tu! Quanto hai tormentato te stesso!»
«È questa la via verso la magia?» chiese Friedrich. Era sprofondato nella poltrona, come invecchiato, e la sua voce era dolce.
Erwin disse: «Questa è la via, e forse hai già compiuto il passo più difficile. Hai sperimentato che il fuori può divenire il dentro. Sei stato al di là delle antinomie. Ti è parso un inferno: impara, amico, che è un paradiso! Perché è il paradiso che hai davanti. Vedi, questa è magia: scambiare fuori e dentro, non per costrizione, non soffrendo come hai fatto tu, ma liberamente, volontariamente. Chiama il passato, chiama il futuro: ambedue sono in te! Oggi sei stato schiavo del tuo intimo. Impara a esserne padrone. Questa è magia.»

Hermann Hesse, Dentro e fuori

C’erano nell’ordine una città, un ponte bianco e una sera piovosa. Da un lato del ponte avanzava un uomo con ombrello e cappotto. Dall’altro una donna con cappotto e ombrello. Esattamente al centro del ponte, là dove due leoni di pietra si guardavano in faccia da centocinquant’anni, l’uomo e la donna si fermarono, guardandosi a loro volta. Poi l’uomo parlò:
- Gentile signorina, pur non conoscendola, mi permetto di rivolgerle la parola per segnalarle una strana coincidenza, e cioè che questo mese, se non sbaglio, è la quindicesima volta che ci incontriamo esattamente in questo punto.

- Non sbaglia, cortese signore. Oggi è la quindicesima volta.
- Mi consenta inoltre di farle presente che ogni volta abbiamo sottobraccio un libro dello stesso autore.
- Sì, me ne sono resa conto: è il mio autore preferito, e anche il suo, presumo.
- Proprio così. Inoltre, se mi permette, ogni volta che lei mi incontra, arrossisce violentemente, e per qualche strana coincidenza, la stessa cosa succede anche a me.
- Avevo notato anch’io questa bizzarria. Potrei aggiungere che lei accenna un lieve sorriso e sorprendentemente, anch’io faccio lo stesso.
- È davvero incredibile: in più, ogni volta ho l’impressione che il mio cuore batta più in fretta.
- È davvero singolare, signore, è così anche per me, e inoltre mi tremano le mani.
- È una serie di coincidenze davvero fuori dal comune. Aggiungerò che, dopo averla incontrata, io provo per alcune ore una sensazione strana e piacevole…
- Forse la sensazione di non aver peso, di camminare su una nuvola e di vedere le cose di un colore più vivido?
- Lei ha esattamente descritto il mio stato d’animo. E in questo stato d’animo, io mi metto a fantasticare…
- Un’altra coincidenza! Anch’io sogno che lei è a un passo da me, proprio in questo punto del ponte, e prende le mie mani tra le sue…

- Esattamente. In quel preciso momento dal fiume si sente suonare la sirena di quel battello che chiamano «il battello dell’amore».
- La sua fantasia è incredibilmente uguale alla mia! Nella mia, dopo quel suono un po’ melanconico, non so perché, io poso la testa sulla sua spalla.
- E io le accarezzo i capelli. Nel fare questo, mi cade l’ombrello. Mi chino a raccoglierlo, lei pure e…
- E trovandoci improvvisamente viso contro viso ci scambiamo un lungo bacio appassionato, e intanto passa un uomo in bicicletta e dice…
- … Beati voi, beati voi…
Tacquero. Gli occhi del signore brillavano, lo stesso fecero quelli della signorina. In lontananza, si udiva la melanconica sirena di un battello che si avvicinava.
Poi lui disse:
- Io credo, signorina, che una serie così impressionante di coincidenze non sia casuale.
- Non lo credo neanch’io, signore.
- Voglio dire, qua non si tratta di un particolare, ma di una lunghissima sequenza di particolari. La ragione può essere una sola.

- Certo, non possono essercene altre.
- La ragione è - disse l’uomo sospirando, - che ci sono nella vita sequenze bizzarre, misteriose consonanze, segni rivelatori di cui sfioriamo il significato, ma di cui purtroppo non possediamo la chiave.
- Proprio così - sospirò la signorina, - bisognerebbe essere medium, o indovini, o forse cultori di qualche disciplina esoterica per riuscire a spiegare gli strani avvenimenti del destino che quotidianamente echeggiano nella nostra vita.
- In tutti i casi ciò che è accaduto è davvero singolare.
- Una serie di impressionanti coincidenze, impossibile negarlo.
- Forse un giorno ci sarà una scienza in grado di decifrare tutto questo. Intanto le chiedo scusa del disturbo.
- Nessun disturbo, anzi, è stato un piacere.
- La saluto, gentile signorina.
- La saluto, cortese signore.

E se ne andarono di buon passo, ognuno per la sua strada.

Stefano Benni, Coincidenze

PARCO NAZIONALE d'Abruzzo. Gita con gli amici. Non una banale scampagnata, ma una spedizione seria con un preciso scopo: raggiungere i 2000 metri, fino a radure incantate, dove i cervi scorrazzano in libertà, le aquile planano maestose nel ciclo e il mitico orso marsicano passeggia indisturbato. Che emozione! Quegli sprovveduti dei miei amici indossano comunissime scarpe da ginnastica. Adorabili fessacchiotti. lo invece sono equipaggiatissima: pantaloni mimetici, zaino e scarponi da trekking. Proprio come la nostra guida Ermanno, l'Indiana Jones degli Abruzzi: 60 anni, cresciuto tra queste montagne. Egli è il nostro faro.

IMBOCCHIAMO la cosiddetta "Valle dell'Inferno" (comprenderò solo più tardi il perché di questo nome). Tengo il passo dei nostro taciturno capocomitiva, e intanto scruto il bosco, attenta al più flebile fruscio, con la speranza di essere la prima ad avvistare qualsivoglia creatura selvatica. Poi odo un muggito. Rompo il silenzio e chiedo a Ermanno cosa ci facciano delle mucche così in alto. "Non sono mucche, sono bramiti di cervi in amore". Torno a tacere a fianco dell'esperto.

LA SALITA è impervia, sudo, l'aria è gelida, così mi fermo un istante per estrarre il foulard dallo zaino. "Un cinghiale, un cinghiale!" "Dove?" mollo zaino e foulard, aguzzo la vista ma è troppo tardi. Lo hanno visto tutti tranne me, accidenti al foulard! Non devo distrarmi mai più! Saliamo ancora. Nel silenzio si percepisce solo il mio respiro affannato. Provo ad espirare piano per non dare nell'orecchio, facendo attenzione al terreno sempre più accidentato. Nell’evitare storte alle caviglie, strizzate nello scarpone tecnico, perdo il passaggio repentino di qualcosa.. "Un capriolo! Un capriolo!" "Dovee!?" Maledizione.

MI DOMANDO come facciano a guardare avanti senza controllare dove mettere i piedi. Ho il fiato corto, perdo terreno. Retrocedo al penultimo posto, davanti ad Antonio (che infatti ho sempre considerato il più simpatico). La bile mi tiene compagnia.

RAGGIUNGIAMO il gruppo di testa (cioè tutti tranne me e Antonio). Osservano la carcassa di un cervo sbranato dai lupi.
È UNA visione cruda e affascinante allo stesso tempo in quanto espressione della natura selvaggia. Vorrei rendere tutti partecipi di questo mio pensiero carico di significati ma non faccio in tempo ad aprire bocca che gli altri sono già ripartiti. Così lo esterno ad Antonio, il quale per tutta risposta mi ride in faccia, in preda ad una crisi d'euforia dovuta all'alta quota.

PROVO tanta solitudine. Chiamo a raccolta tutte le mie forze e affronto gli ultimi metri. I miei amici supereroi sono già in cima. Li sento gridare: "Un lupo!Un lupo!" Sollevo a fatica la testa, il sudore mi annebbia la vista. Antonio continua a sganasciarsi ormai schiavo dell'iperossigenazione. Giungo alla meta sulle rotule. Antonio mi segue ghignando, stremato dalle risa.

GLI INCREDIBILI, rifocillatisi, sono già armati di binocolo.
IL SOLE mi scalda. Svengo, mi pare. Nel dormiveglia credo di aver udito i miei amici avvistare: due cervi maschi in combattimento, un'aquila reale, un camoscio, mamma orsa con i suoi cuccioli, Hansel, Gretel e Heidi con un secchio di latte appena munto.
IL RITORNO è leggenda.

Paola Cortellesi, Indiana Jones e la valle dell'Inferno in I viaggi di Repubblica, n. 384 del 08.09.05