Citazioni tratte da "Sabotaggio d'amore"

Gli errori sono come l'alcol: ci si rende conto subito di aver ecceduto, ma piuttosto che avere l'accortezza di smettere per limitare i danni, una sorta di rabbia la cui orìgine è estranea all'ubriachezza obbliga a continuare. Questo furore, per quanto strano possa sembrare, potrebbe definirsi orgoglio: orgoglio di reclamare che, contro ogni logica, si aveva ragione a bere e a sbagliarsi. Persistere nell'errore o nell'alcol acquista allora il valore di argomento, di sfida alla logica: se mi ostino, vuoi dire che ho ragione, checché se ne possa pensare. E mi ostinerò fino a che gli elementi non mi daranno ragione: diventerò alcolizzata, prenderò la tessera del partito del mio errore, nell'attesa di scivolare sotto il tavolo o di essere ignorata da tutti, con la vaga speranza aggressiva di far ridere il mondo intero, convinta che fra dieci anni, dieci secoli, il tempo, la Storia o la Leggenda finiranno per darmi ragione, il che del resto non avrà più alcun senso, visto che il tempo riscatta tutto, visto che ogni errore e ogni difetto ha il suo momento d'oro, visto che sbagliare è comunque sempre una questione di epoca.

Amélie Nothomb, Sabotaggio d'amore

Così penso che la bella Elena se ne fregasse della guerra di Troia, a un punto difficilmente concepibile. Non penso che ne ricavasse motivo di orgoglio: sarebbe stato fare troppo onore agli eserciti umani.
Penso che lei restasse infinitamente al di sopra di quella storia e che continuasse a guardarsi negli specchi.
Penso che avesse bisogno di essere guardata - e poco le importava che fossero sguardi di guerrieri o di pacificatori: dagli sguardi lei si aspettava che le parlassero di lei, solo di lei, e non di quelli che glieli rivolgevano.
Penso che avesse bisogno di essere amata. Di amare no: non era nella sua natura. A ciascuno la sua specialità.

Amélie Nothomb, Sabotaggio d'amore

Per colmo di crudeltà, la neve.
La neve, che poteva pure essere brutta e grigia come la Città dei Ventilatori, era comunque la neve.
La neve, in cui i miei brancolamenti analfabeti avevano riconosciuto l'immagine per eccellenza dell'amore, il che non era certo arbitrario.
La neve, tutt'altro che innocente nella sua candida beatitudine.
La neve, in cui leggevo domande che mi facevano venire prima caldo e poi freddo.
La neve, sporca e dura, che finivo per mangiare nella speranza, vana, di trovarvi una risposta.
La neve, acqua esplosa, sabbia di ghiaccio, sale non della terra ma del ciclo, sale non salato, dal sapore di silice, dalla grana di gemma tritata, dal profumo di freddo, pigmento del bianco, solo colore che cade dalle nuvole.
La neve che ammortizza tutto - i rumori, le cadute, il tempo - per meglio esaltare le cose eterne e immutabili, come il sangue, la luce, le illusioni.
La neve, prima carta della Storia, su cui furono scritte tante tracce di passi, tanti inseguimenti spietati, la neve che fu dunque il primo genere letterario, immenso libro raso terra dove si parlava solo di piste di caccia e dell'itinerario del nemico, sorta di epopea geografica che dava al minimo segno il peso di un enigma - quel piede era quello di un fratello o di chi aveva ucciso quel fratello?
Di questo libro chilometrico e incompiuto, che potrebbe intitolarsi Il più vasto libro del mondo, non c'è rimasto un solo frammento - il contrario della biblioteca di Alessandria: tutti i testi si sono sciolti. Ma in noi deve essere rimasta una reminiscenza remota, una sorta di angoscia della pagina bianca che mette una voglia terribile di calcare gli spazi ancora vergini, e istinto di esegeta appena si incrocia una traccia altrui.
In fin dei conti è la neve che ha inventato il mistero. Per la stessa ragione che è sempre lei ad aver inventato la poesia, il disegno, il punto interrogativo - e quel gran gioco di tracce che è l'amore.
La neve, falso sudario, grande ideogramma vuoto in cui decrittavo l'infinito delle sensazioni che volevo offrire alla mia amata.

Amélie Nothomb, Sabotaggio d'amore

E la velocità era la virtù che onoravo, era il blasone del mio cavallo: la velocità pura, il cui scopo non è guadagnare tempo, ma sottrarsi al tempo e a tutti i passi vischiosi che porta con sé la durata, al pantano dei pensieri senza letizia, dei corpi tristi, delle vite obese e delle ruminazioni bolse.

Amélie Nothomb, Sabotaggio d'amore

Si impone qualche precisazione ontologica.
Fino a quattordici anni, ho diviso l'umanità in tre categorie: donne, bambine e ridicoli.
Tutte le altre differenze mi sembravano aneddotiche: ricchi o poveri, Cinesi o Brasiliani (a parte i Tedeschi), padroni o schiavi, belli o brutti, adulti o vecchi, quelle distinzioni erano sì importanti, ma non influivano sull'essenza individuale.
Le donne erano persone indispensabili. Preparavano da mangiare, vestivano i figli, insegnavano loro ad allacciarsi le scarpe pulivano, fabbricavano dei bambini con la pancia, indossavano vestiti interessanti.
I ridicoli non servivano a niente. La mattina i ridicoli grandi andavano in "ufficio", che era una scuola per adulti, cioè un posto inutile. La sera vedevano gli amici, attività poco onorevole di cui ho parlato sopra.
In realtà i ridicoli adulti erano rimasti molto simili ai ridicoli bambini, con una differenza non trascurabile: loro avevano perso il bene dell'infanzia. Ma le loro funzioni non cambiavano granché, e il loro fisico nemmeno.
In compenso c'era un'enorme differenza fra le donne e le bambine. Innanzitutto non erano dello stesso sesso, bastava guardarle per rendersene conto. E poi il loro ruolo cambiava moltissimo in base all'età: passavano dall'inutilità dell'infanzia all'utilità primordiale delle donne, mentre i ridicoli rimanevano inutili tutta la vita.
I soli ridicoli adulti che servivano a qualcosa erano quelli che imitavano le donne: i cuochi, i commessi, gli insegnanti, i medici e gli operai.
Infatti questi mestieri erano in primo luogo femminili, soprattutto l'ultimo: negli innumerevoli manifesti di propaganda che costellavano la Città dei Ventilatori, gli operai non mancavano mai di essere operaie allegre e paffute. Erano così felici di riparare tralicci che avevano il colorito rosa.
La campagna confermava le verità urbane: i cartelloni mostravano solo contadine vispe e ardite mentre in estasi legavano covoni.
I ridicoli adulti servivano soprattutto ai mestieri di simulazione. Per esempio i soldati cinesi che circondavano il ghetto facevano finta di essere pericolosi ma non uccidevano nessuno.
I ridicoli mi erano simpatici, soprattutto perché il loro destino mi sembrava tragico: loro nascevano ridicoli. E alla nascita avevano fra le gambe quella cosa grottesca di cui erano così pateticamente orgogliosi, il che li rendeva ancora più ridicoli.
Spesso i bambini mi facevano vedere quell'oggetto, il che sortiva immancabilmente l'effetto di farmi ridere fino alle lacrime. Questa reazione li lasciava perplessi.
Un giorno non riuscii a fare a meno di dire a uno di loro con una delicatezza sincera:
-Poverino!
- Perché? - chiese lui sbalordito.
- Deve essere fastidioso.
-No- assicurò lui.
- Ma sì; infatti quando vi danno una botta lì...
- Però è più pratico.
-Eh?
- Si può fare pipì in piedi.
- E con ciò?
- È meglio.
- Ah davvero?

Amélie Nothomb, Sabotaggio d'amore