Citazioni tratte da "Caos calmo"

Ma io non devo pensare, ecco il punto. Io qui devo guardare e basta. Devo respirare, distendermi, svuotarmi e guardare attentamente mia figlia che si allena alla trave. Stop. Ecco che si prepara di nuovo a provare l'uscita dalla trave. È immobile, tesa come una fionda. I piedi leggermente in diagonale sfruttano tutta la superficie possibile di quell'esiguo spessore. Le braccia in alto, le mani che sembrano appese ai polsi, la schiena arcuata, elastica, carica di energia potenziale pronta a sprigionarsi. Sta cercando la concentrazione. Deve fare una cosa difficile, che poche bambine al mondo riescono a fare, e deve farla perfettamente, altrimenti verrà redarguita. Sta aspettando il momento giusto per saltare, l'attimo in cui tutte le sue forze e le sue capacità saranno sotto il suo controllo. Si concentra, aspetta. Però sa che può aspettare solo qualche secondo, quattro, cinque, non di più, dopodiché dovrà saltare comunque. Io sono quassù e non posso aiutarla. O posso? Sì che posso, stellina. Io posso aiutarti, se mi senti.

Mi senti? Ricordi quel manifesto che c'era nella tua classe, in prima elementare? Raccontava di un bambino che cerca di sollevare un masso davanti alla madre; ci prova e ci riprova, accanitamente, con tutte le sue forze, ma non ci riesce; allora dice alla madre: "Non ce la faccio, mamma", e la mamma gli dice: "usa tutte le forze che hai a disposizione, e vedrai che ci riuscirai". Il bambino le dice che l'ha già fatto, ce le ha già messe tutte, le sue forze, e la madre gli risponde "no, tesoro, non le hai ancora usate tutte. Non mi hai ancora chiesto di aiutarti". Ripensa a quel manifesto, stellina, e prima di scattare guarda in su, guarda me. Un attimo solo, senza distrarti: guarda me come fosse parte del tuo esercizio, e prenditi anche le mie forze. Se io sopravvivo in te nel momento in cui non esiste nient'altro che il tuo corpo e i movimenti che deve compiere, allora posso aiutarti eccome. E anche tua madre, allora, sopravviverà insieme a me, e anche lei potrà aiutarti. Forza, stellina, guarda in su.

Facciamo il gioco romantico che non si dovrebbe mai fare, nella vita (ma ti ricordi, del resto, quando alla scuola materna ti chiesero di definire tuo papà con un aggettivo, e tutte le tue amichette dissero "grande", "buono", "bello", "importante", e tu sbalordisti le maestre dicendo "romantico"? Non sapevi nemmeno cosa volesse dire, pensavi avesse a che fare con Roma, la città di cui parlavo sempre, dove ero nato e dove ti portavo tutti gli anni a Natale, però dicesti così di me, "romantico", e da quel giorno le maestre cominciarono a guardarmi con altri occhi...), il gioco che fa Newland con Ellen nell'Età dell'Innocenza, quando la vede, di spalle, appoggiata alla ringhiera, sotto il padiglione in cima al pontile di legno intenta a contemplare la baia di Newport al tramonto, e c'è una barca a vela che sta sfilando lentamente davanti a lei, e Newland prega perché Ellen senta la sua presenza alle sue spalle e si volti, ma Ellen non si volta, e allora dice a se stesso "se non si volta verso di me prima che quella barca doppi il faro me ne andrò", e la barca doppia il faro, e Ellen non si volta, e Newland se ne va... Facciamolo anche noi, stellina, rischiamo tutto ora.

Sandro Veronesi, Caos calmo

Tra noi due non c'è mai stato nessun vero problema, ecco il punto, e forse il problema è proprio questo: eravamo troppo uguali per non sentirci obbligati a cogliere ogni pretesto per mostrarci diversi; dopodiché, a furia di perseguirlo come obiettivo nella vita, diversi lo siamo diventati, e così tutto si è fatto più confuso, al punto che se affermassi una cosa del genere dinanzi a lui probabilmente sosterrebbe il contrario, e cioè che siamo molto diversi ma ci sforziamo di trovare punti in comune, e alla fin fine sarebbe vero pure questo -anzi, mi sa che certe volte l'ho addirittura sostenuto io.

Per cui, riguardo a mio fratello, mi accontento di una rudimentale convinzione, e cioè che la natura ci unisce tanto quanto la civiltà ci divide, e viceversa; probabilmente ci sono parole migliori per definire il nostro rapporto, ma, dal momento che non è obbligatorio definirlo meglio, mi accontento di queste, e di pensare a noi due per quello che siamo davvero, ben prima e oltre qualsiasi definizione: due parti di un tutto. È proprio questo senso di comune appartenenza, senza nemmeno il bisogno di specificare a cosa, che di tanto in tanto cola fuori dalle crepe del mondo e ci ricorda che siamo fratelli, che lo siamo sempre stati, e che l'esser fratelli è uno stato mentale potentissimo; formidabile, per esempio, l'attimo in cui ci siamo guardati prima di tuffarci per salvare quelle donne, il giorno in cui è morta Lara, quando davvero mi è sembrato di essere lui, e di avere gli occhi azzurri.

Sandro Veronesi, Caos calmo