Scrittore

Amo per non possedere,
per lasciare andare,
per riempire di me una donna
e darle la mia voglia indomita di vivere.
Amo affinché tu sia tua,
affinché non abbia padrone.
Amo per sminuire quelli che conoscerai dopo di me.
Amo perché sono superiore al mio amore,
perché in lontananza tu sappia
che io sono qualcosa che possiedi e non che ti manca.
Tutto questo per dirti che mi manchi
e che non trovo l’antidoto.
Tutto questo per dirti che il fatto che mi manchi
non mi ferisce né mi cura.
Tutto questo per dirti che il tuo ricordo
è il male più forte che mi faccio io stesso.
Ma questo male è l’unico modo
in cui posso ancora amarmi e respirarti.

Efraim Medina Reyes, Amo affinché tu sia tua

Una volta esisteva un angelo di nome Malachia, non era molto diverso da me, facevamo parte della stessa legione, poi, come sapete, ci fu chi obbedì e chi no. No, il bene e il male non c'entravano, c'era chi diceva si può fare di meglio, e chi si accontentava. Be', Malachia era davvero un bravo collega, a parte la sua scelta. A lui era stato affidato un bambino da proteggere. Ma questo bambino sembrava posseduto, sembrava conoscesse il male istintivamente fin dalla nascita. Cupo, solitario, con lo sguardo torvo. Prendeva piccoli animali e li torturava, ed era Malachia a doverli curare e portare in salvo, e a volte con un soffio faceva sfuggire una farfalla dalle mani del bambino, o nascondeva nel suo mantello d'ombra uno scoiattolo. O avvisava con un grido un uccello del pericolo, perché mettesse in salvo i piccoli del nido. E questo bambino lanciava sassi sui suoi simili, e Malachia li deviava, o li prendeva in fronte, il sasso mancava misteriosamente il bersaglio, solo l'angelo sapeva perché, e venne chiamato l'angelo coi bozzi. Questo bambino, per andare a scuola, doveva attraversare un fiume assai pericoloso. C'era un ponte in pietra e più in là un pericoloso ponte di corda. E i genitori gli dicevano: "Strappacuore," così avevano soprannominato il bambino, "non passare dal ponte di corda, cadrai nell'acqua e morirai, anche se sei un bambino cattivo sei sempre nostro figlio". E cosa faceva Strappacuore?

[...]

Dunque il bambino Strappacuore doveva ogni giorno traversare fiume e, come ricorderete, i genitori gli dicevano: non passare su quel pericoloso ponte di corda. E naturalmente lui sempre di lì passava, soprattutto quando l'acqua era tumultuosa e gelida, d'inverno, e Malachia coi piedi nella corrente reggeva le corde del sottile ponte e se il bambino oscillava, lo sosteneva e ogni volta era un gran patema, una grande fatica. E certi raffreddori! E Strappacuore era sempre più cattivo. Passato il ponte, lanciava i pugni al cielo, per sfida. Finché una notte Malachia guardando le stelle chiese: perché? Perché tanti sforzi, quel bambino crescerà e farà del male ad altri. Dammi un segno signore, affinchè io lo possa abbandonare per aiutare una persona più degna. E il segno venne, una stella si spense all'improvviso. La mattina dopo pioveva a dirotto. E Strappacuore camminò fino al ponte cantando una canzonaccia sguaiata e il fiume era gonfio e color sangue rappreso, e correva col rumore di un tuono, e il ponte oscillava per il vento. Il bambino si avvicinò al ponte e mise la mano sulle corde, uno scroscio di vento e pioggia lo investì, e lui tremò. E Malachia non fece nulla. Aspettò. Allora il bambino sembrò annusare l'aria, protese i pugni in un segno di sfida verso l'acqua nera, fece un passo e scivolò, ma riuscì ad aggrapparsi. E tornò indietro. Si sedette sulla riva e pianse. Malachia non capiva. E nella pioggia, gli giunse la voce del bambino. Angelo, mio angelo, diceva, scusami se ho sbagliato. Forse ciò che facevo era male, ma era così bello sentirti, essere certo della tua vicinanza. Come ho amato ogni tuo soffio che mi ha portato via una farfalla, ogni scoiattolo che nascondevi, le tue grida di avvertimento tra i rami, i piccoli segni della tua presenza. E i sassi che tiravo, e che mancavano il bersaglio. Quale altro modo avevo di sentirti? Se tutto il resto del mondo era indifferente al mio male, al mio piccolo destino, tu non lo eri. E come mi piaceva sentire le tue mani che mi sostenevano sul ponte. E il tuo respiro che accompagnava ogni mio passo. E ogni volta, passandolo, alzavo le braccia al cielo perché avevo vinto. Vinto la mia sfida di sentirti vicino. Ora capisco. Non sarò più così cattivo, Malachia. Sarò normalmente cattivo come tutti. E sarò solo. So che non tornerai mai più, angelo, tu mi hai giudicato, e forse con ragione. E Malachia si avvicinò al bambino e volle coprirlo dalla pioggia col mantello, ma la pioggia attraversava il mantello e bagnava il volto. E il bambino Strappacuore non lo sentì. E si avvio per il ponte di pietra, solo.

Stefano Benni, Astaroth

Il cielo notturno è una carta-carbone neroblù,
con le orbite a lungo riattizzate delle stelle
filtranti la luce, spiraglio a spiraglio -
luce d'un bianco d'ossa, come la morte, al di là di tutto.
Sotto gli occhi delle stelle e il rictus della luna
egli patisce il suo guanciale deserto, l’insonnia
sparge per ogni dove i suoi granelli di sabbia.
Ossessivamente si replica un vecchio, sgranato
film di imbarazzi - giorni uggiosi
d'infanzia e adolescenza, appiccicosi di sogni,
facce parentali su alti steli, severe o piangenti,
un verminoso roseto che lo faceva strillare.
La sua fronte è bozzuta come un sacchetto di sassi.
Dive obsolete, i ricordi competono per l'inquadratura.
È assuefatto alle pillole: rosse, vermiglie, azzurre -
quanto gli confortarono la noia di sere prolungate!
Quei zuccherosi pianeti la cui influenza gli valse
un po' di vita ribattezzata non-vita,
e i dolci, storditi risvegli da infante senza memoria-
le pillole sono ormai vane, come gli dei del passato.
Più non gli giovano i loro papaverosi colori.
La sua testa è un angusto interno di grigi specchi.
Ogni gesto si snoda di colpo in una serie
di prospettive in decrescendo, e il suo senso
fuoresce come acqua da un buco all'estremità.
Esposto in mostra: lui vive in una stanza spalpebrata,
le nude fessure degli occhi spalancate in permanenza
su un accendi-e-spegni infinito di situazioni.
Per tutta la notte in cortile gatti invisibili
berciavano come comari o strumenti scordati.
Egli ormai vede il giorno, il suo bianco disagio
che spunta col suo carico di futili ripetizioni.
La città è una mappa di gioviali pigolii, adesso;
tutti con occhi vacui dai riflessi di mica
vanno in schiera al lavoro, come dopo un lavaggio del cervello.

Sylvia Plath, Malato d'insonnia

L'amore è abbastanza grande da includere una frase letta in un libro, la linea di un collo visto e desiderato tra la folla, un viso amato e desiderato visto al finestrino di un metrò che sfreccia via. È grande abbastanza da includere un amore passato, un amore futuro, un film, un viaggio, la scena di un sogno, un'allucinazione, una visione.

Anaïs Nin

Argomenti

Amore

La schiava migliore
non ha bisogno d'esser picchiata.
Si picchia da sé.
Non con una frusta di cuoio,
o con bastoni e verghe,
non con un randello
o con un manganello,
ma con la frusta fine
della sua stessa lingua
e il battere sottile
della sua mente
contro la sua mente.
Chi può infatti nutrire per lei metà
dell'odio che nutre essa stessa?
e chi può eguagliare la finezza
degli insulti che si rivolge?
Anni di allenamento
occorrono per questo.
Venti anni
di auto-indulgenza
e negazione di sé;
finché il soggetto si ritiene una regina
e pure una mendicante -
le due cose allo stesso tempo.
Deve dubitare di sé
in tutto fuorché l'amore.
Deve scegliere appassionatamente
e malamente.
Deve sentirsi perduta come un cane
senza il padrone.
Deve riferire tutte le questioni morali
al proprio specchio.
Deve innamorarsi di un cosacco
o di un poeta.
Non deve mai uscire di casa
se non celata sotto il trucco.
Deve portare scarpe strette
perchè sempre ricordi di essere schiava.
Non deve dimenticare
che è radicata nel terreno.
Benché sia svelta nell'apprendere
e riconosciuta intelligente
il dubbio che istintivamente ha di sé
la deve rendere così debole
che si applica brillantemente
a mezza dozzina di opere d'ingegno
e così abbellisce
ma non cambia
la nostra vita.
Se è un'artista
e quasi quasi è un genio,
il fatto stesso d'avere questo dono
deve riuscirle così penoso
che si toglie la vita
piuttosto che vincerci.
E dopo la sua morte, piangeremo
e ne faremo una santa.

Erica Jong, Alcesti al circuito della poesia